Sostenibilità: 5 Lezioni dal Triste Addio al Mare di un Pescatore
Pesca Sostenibile: Storia Segreta di un Mare che Sta Morendo
Tra memoria e cambiamento, il racconto di Ele, custode di una Gallipoli che affonda.
Cosa significa davvero sostenibilità quando il mare che conoscevi da sempre sta morendo? Questo articolo non dà risposte facili, ma ti porta per mano a scoprirle attraverso gli occhi di Ele, un pescatore di Gallipoli.
La sua storia è un viaggio crudo e poetico nella memoria di un mare un tempo generoso, e nelle sfide amare di un presente che lo sta cancellando.
Ascoltare la sua voce non è solo fondamentale per parlare di futuro, ma è l’unico modo per imparare a preservare non solo il mare, ma l’anima stessa delle nostre comunità costiere
L’Ultimo Respiro del Mare: Storia di Ele, Custode di una Gallipoli che Affonda
La notte, quando noi si andava a mare, il paese restava vuoto, solo donne e bambini. Sembrava che tutto quanto si muovesse insieme verso il porto, come un unico corpo.
Lui, Ele, quelle stelle le ha usate per orientarsi, e le reti le ha tirate su fin da ragazzino. Viene da una famiglia di mare: nonno, padre, fratelli. Tutti hanno vissuto qui, sullo Ionio, quando di pesce ce n’era e il porto non dormiva mai.
Oggi Ele guarda il mare e sa che certi momenti non li rivedrà. La sua storia è un addio a un mondo che sta finendo.
Un porto vivo
Per capire com’era, devi provare a immaginare il porto pieno zeppo di barche. Duecento pescherecci, più di cinquanta con i palangari, e poi quelli piccoli per i tramagli… era un formicaio. “Era bello, era vivo”, dice Ele. “Ora non c’è più né il pesce né la vita che facevamo noi.”
Oggi di quelle barche ne sono rimaste poche. Noi pescatori siamo come l’ultima ruota del carro, quella che non serve più a nessuno. Qui quasi tutti vivevano di pesca. La nostra vita era regolata dal mare: quando uscire, quando rientrare, che vento tirava.
La sapienza degli occhi
Prima non c’era tutto questo… il GPS, il sonar. Adesso il mare lo vedi sullo schermo, è tutta un’altra cosa. C’era la luna e c’era una stella, quella polare. “La guardavi quella, e sapevi dove andare”, dice Ele, e si vede che nella testa rivede tutto quanto.
Poi, per sapere quanta acqua c’era sotto, si calava un piombo con un filo. E poi c’erano i segni: il cielo all’alba, l’odore del vento, i gabbiani. “All’epoca era pure più pescoso il mare”, aggiunge.
Il rito del pane e del pesce
Una cosa che facevamo sempre, all’alba, era la colazione. Ma non quella al bar, eh. Si andava al forno che apriva alle tre di notte a prendere il pane caldo. E se avevi pescato una seppia o un calamaro, ancora vivo che si muoveva, lo aprivi e lo mettevi lì in mezzo, con un filo d’olio e un po’ di pepe.
Altre volte si staccavano le cozze dagli scogli e si mangiavano lì, crude, appena spaccate. Erano abitudini semplici, ma ti facevano sentire parte di qualcosa. Eri lì, con il mare, e quello che avevi appena preso diventava il tuo cibo. Oggi qualcuno lo fa ancora, per non dimenticare.
Quando la pesca ci portava via fino al pomeriggio, in barca ci si portava un pomodoro e un po’ di pane. Per il resto, c’era il mare.

Il Pesce Povero che è Diventato Re
Poi Ele parla dei pesci, e nelle sue parole si nasconde una denuncia silenziosa.
Le spatole, per esempio. Pesce povero, abbondantissimo un tempo, buono da leccarsi i baffi. Oggi per trovarlo bisogna andare in Sicilia, perché lì hanno mantenuto vive le tecniche di pesca che da queste parti sono state bandite.
E il pesce azzurro? Acciughe, sarde, sgombri? Un tempo cibo da poveri, oggi venduti a prezzi da pesce pregiato. Il paradosso è amaro: hanno fatto togliere le lampare da Gallipoli, spiega Ele, ma in Sicilia continuano a pescare così.
Dicono che distruggono il fondale, ma le lampare vanno sulla sabbia, non sugli scogli.
La burocrazia, vestita di buone intenzioni, ha ottenuto un solo risultato: spostare il problema altrove e uccidere l’economia locale.
Il Sangue delle Tartarughe
Forse il passaggio più intimo e commovente dell’intervista riguarda le tartarughe marine.
Ele non fa sconti: da ragazzo, quando una tartaruga finiva impigliata nelle reti, la si puliva e la si mangiava. “Carne buonissima, meglio della carne di cavallo”, ammette senza ipocrisie.
Veniva lasciata dissanguare per due giorni, poi pulita e portata nelle trattorie, cucinata alla pizzaiola con capperi e sugo, o in bianco per sentirne tutto il sapore.
Poi la legge è cambiata. E con la legge, è cambiata anche la coscienza.
“Con gli anni, parecchi pescatori hanno capito cosa significasse ammazzare quel tipo di creatura. Oggi ti senti pure un po’ imbarazzato.”
In questa frase c’è tutto il percorso di un’umanità che impara, che evolve, che riconosce il valore di ciò che prima vedeva solo come sopravvivenza. Le tartarughe mangiano le meduse, ripuliscono il mare, sono creature meravigliose. E i pescatori di oggi, quelli veri, lo sanno.
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La Dittatura della Panchina
Ma il problema più grande, quello che rode Ele come lo scafo di una barca incrostato di denti di cane, è un altro: non si può più vendere.
Prima c’erano i magazzini all’ingrosso. C’era l’asta del pesce, con i compratori che arrivavano da Bari, da tutta la Puglia. C’erano il ghiaccio, le cassette, un circuito virtuoso che faceva vivere bar, ristoranti, famiglie.
Oggi non c’è più niente.
“Allora il pescatore deve vendere il pesce sulla panchina”, spiega Ele con la voce che si incrina. “E deve stare attento, perché se no arriva la capitaneria, i vigili, la finanza. Loro fanno il loro mestiere, ma non capiscono che noi abbiamo veramente bisogno.”
Il risultato è grottesco: uomini che escono in mare alle due di notte, rischiano la vita, consumano gasolio che costa sempre di più, riparano reti che costano sempre di più, e poi devono nascondersi per vendere il pesce come contrabbandieri.
“La gente ha paura. La mattina presto vedi qualcuno che vende il pesce così e poi se ne scappa subito.”
Ecco il ritratto di un mestiere che non è più dignità, ma sopravvivenza. “Campare per non morire”, ripete Ele. E in questa frase c’è la sintesi di un’intera generazione schiacciata tra l’incudine della tradizione e il martello di un sistema che non li vuole più.
I Giovani e la Lira Perduta
Perché i giovani non vogliono più fare i pescatori? La domanda è quasi retorica, ma Ele ci tiene a rispondere con i numeri di una volta.
“Quando c’era la lira, con 20-30 mila lire un ragazzo ci campava due o tre giorni. Oggi con l’euro, un pescatore per dare 30-40 euro a un ragazzo non ce la fa, perché non c’è più la vendita di una volta.”
Il calcolo è spietato: l’arte della pesca è diminuita del settanta per cento. I giovani guardano a questo mestiere e vedono solo fatica, incertezza, precarietà. Preferiscono andarsene, cercare fortuna altrove, magari nella stessa Gallipoli ma dall’altra parte del bancone: nei ristoranti, nei bar, negli stabilimenti balneari che guardano il mare senza viverlo. E chi può biasimarli?
Il Sogno di Ele
Quando gli chiedo qual è il suo sogno per Gallipoli, Ele non parla di motori più potenti o di barche più grandi. Non chiede sussidi o regali. Chiede competenza.
“Mettere della gente di competenza veramente sul Comune”, dice con forza. “Per riavviare il mercato del pesce.”
Perché lui lo ha visto, quel mercato. Lo ha vissuto. Sa cosa significava per la città: un motore economico che faceva girare tutto, che portava gente da ogni dove, che dava lavoro e dignità.
Oggi quel motore è fermo. E il porto, un tempo cuore pulsante della città, è diventato una cartolina per turisti distratti, che fotografano le barche senza sapere che quelle barche sono gusci vuoti, anime in pena di un mondo che affonda.
Epilogo: La Voce del Mare
Mentre ci salutiamo, Ele mi stringe la mano con quella stretta asciutta e sicura di chi ha passato la vita a lottare con le onde. “A me è stato un piacere”, dice. E io so che è vero. Perché raccontare è anche un modo per resistere.
Per tenere viva la memoria di un’epoca in cui il pesce si comprava all’asta e non di nascosto, in cui il pane sapeva di forno e non di plastica, in cui il mare era casa e non nemico.
Oggi Ele malgrado non faccia più il pescatore, continua ad alzarsi prima dell’alba. Immagina di continuare a calare le reti, e osservare la luna, e spera che il vento gli sia favorevole. Continua a essere un pescatore, anche se fare il pescatore oggi significa campare per non morire.
E mentre Gallipoli si riempie di turisti che affollano il lungomare, lui guarda il suo porto e vede fantasmi. Ricorda i duecento pescherecci di una volta. Pensa gli uomini che popolavano la notte. Vede un’industria che si metteva in movimento.
Vede ciò che siamo stati. E spera, contro ogni speranza, che non sia troppo tardi per tornare a essere.
Se hai letto fino a qui, hai ascoltato la voce di un uomo che il mare lo porta nel sangue. Condividi questa storia. Perché alcune voci meritano di non essere sommerse dal rumore del presente.
Storie come narrazioni per formare comunita’
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