Sostenibilità interiore: la lezione del Malladrone a Gallipoli

Sostenibilità interiore. Scultura in legno dipinto di un uomo anziano dal ghigno beffardo, occhi di sbieco, baffi scuri e veste logora color terracotta.

Sostenibilità interiore: Misma, il ladrone che sfida il perdono

Sostenibilità interiore a Gallipoli: la statua del Malladrone e il coraggio di guardarsi dentro.

Quando sento parlare di sostenibilità, la mia preoccupazione va subito alla plastica, lo smog, le energie pulite. Concetti giustissimi, per carità. Eppure, mi convinco che sto guardando solo la superficie di una situazione molto più profonda.

Il coraggio di guardarsi dentro

Certamente è più facile occuparci di quello che avviene all’esterno, piuttosto che avere il coraggio di guardarci dentro. Sono a cena con un amico quando ci raccontiamo di una chiesetta a Gallipoli vecchia.
La chiesa di San Francesco. All’interno c’è una statua che non si dà pace. Non è un’effige di quei santi sereni, belli da vedere, che ti trasmettono tranquillità.

Il volto dell’ostinazione

Si tratta di un crocifisso scolpito nel legno, l’uomo appeso è Misma, il ladrone cattivo crocifisso alla sinistra del Cristo. Invece di un volto sereno ha un sorriso strano, un ghigno malvagio.
Ha il volto di chi può chiedere scusa, farsi perdonare le sue colpe e uscirne pulito, ma sceglie di dire no.

Dà l’impressione come se volesse ricordarci che esiste un confine che nessuno può oltrepassare al posto nostro. Si può ricevere tutto l’amore del mondo, avere mille mani tese pronte ad aiutarti. ma poi alla fine sei solo tu a decidere se aprirti o restare chiuso nel tuo orgoglio e nelle tue paure.

Una nuova definizione di sostenibilità

Allora ho pensato: e se la sostenibilità interiore fosse anche questa?
Se non riguardasse solo il destino del pianeta, ma anche il modo in cui ci prendiamo cura di ciò che è “scomodo”?
E che non si può aggiustare con un colpo di bacchetta magica?

L’anima antica del Salento

Ci sono posti, nel Salento, dove non capisci più dove finisce quello che vedi e comincia quello che senti.
Dove il confine è sottile, sottilissimo, come un filo di refe (filo ritorto, solitamente di cotone, lino o poliestere, usato per cuciture robuste) che non si spezza mai. Gallipoli – quella che i poeti chiamano la Perla dello Ionio – è uno di questi posti.

Perché se ti fermi alla facciata, alle case bianche che accecano sotto il sole, al mare che sembra fatto di vetro smeraldo: ti perdi tutto il resto. E il resto è un’anima antica, inquieta, un groviglio di voci che salgono da sotto terra, dai sotterranei della memoria.

Sospesi tra sacro e profano

È una terra di personaggi che non stanno né da una parte né dall’altra, sospesi tra sacro e profano.
Di fantasmi che si nutrono di superstizioni vecchie come le intemperie che una volta flagellavano i pescatori, mentre lassù qualcuno – il buon Dio, dicono – guarda giù, in silenzio, giudice di vicende troppo piccole per essere viste ma troppo grandi per essere dimenticate.

In questo teatro di ombre, da secoli, si muove una figura che non è né santo né diavolo. Forse è un po’ tutti e due. Si chiama Misma, ma la gente lo conosce come lu Malladrone: il cattivo ladrone.
Quello che sul Calvario, crocifisso accanto a Cristo, ebbe la possibilità di essere perdonato ma non volle.

La dimora del dannato

Per trovarlo non devi andare in centro, dove il sole picchia duro.
Devi infilarti nel groviglio di viuzze della città vecchia, dove il selciato diventa sconnesso e le chiese sembrano non offrire preghiere ma custodire segreti.

C’è una chiesa, in particolare, che la tradizione vuole fondata da San Francesco in persona nel 1217.
Poi il tempo ci ha messo le mani sopra, come fa sempre.

Qualcuno ha aggiunto una facciata di carparo – una pietra meno nobile della leccese ma più tosta – e dentro hanno infilato tre navate, dieci altari barocchi, stucchi settecenteschi, un presepe di pietra che da solo varrebbe il viaggio.

Il richiamo della statua

Ma non è per questo che la gente varca quella porta. Pellegrini e viandanti vengono attratti da qualcosa di più scuro, di più potente.
Nell’angolo di una cappella laterale, appeso alla sua croce di legno, veglia Misma .

La prima volta che lo guardi, senti un brivido che non sai spiegare. Non ha il volto di uno che soffre.
Ha il ghigno di uno che sfida. Le labbra sono socchiuse in un sorriso che non sa cosa sia il pentimento.
E gli occhi – la fantasia popolare li vuole a volte rossi di sangue – ti fissano con uno sguardo che sembra dirti: “So chi sei. E non sei meglio di me.”

Cenci e leggende

I vestiti che ha addosso non sono quelli dignitosi di un condannato. Sono cenci, brandelli che gli pendono addosso come i pezzi di una vita sprecata. A Gallipoli, da quando c’è memoria, se vedi uno vestito male gli dicono: “Pari lu Malladrone”.

Ma è la bocca, quella, a fare più paura. E a generare le leggende più tenaci. Una volta si raccontava – e qualcuno lo crede ancora – che i denti della statua fossero denti veri. C’era chi diceva che fossero di un giustiziato, chi invece della mano dello scultore, un certo Vespasiano Genuino, che avrebbe voluto imprimere nel legno l’orrore di un’anima colta nell’istante ultimo, irredento per sempre.

Poi i restauri moderni hanno rivelato la verità: sono di legno. Ma scolpiti con una tale maestria che hanno ingannato generazioni. E la leggenda, si sa, non ha bisogno di prove per vivere.
Così quei denti continuano a luccicare nella penombra, come una minaccia.

L’ombra che cammina

Alla gente non è mai bastato che fosse una statua ferma. Misma, dicono, si muove quando nessuno lo vede. C’è chi giura che le sue vesti si logorano ogni notte, divorate dai peccati che continua a commettere nell’aldilà della leggenda, tanto che bisogna restaurarle in continuazione.

Nel 2017 si staccò un braccio. Le fedeli che frequentano quella chiesa da sempre rimasero sgomente.
Sarà stata la salsedine, forse. O forse – come qualcuno sussurra – era il dannato che tentava ancora una volta di liberarsi dalla croce.

Il ladrone vagabondo

E non finisce qui. Gli anziani raccontano che una volta, quando la città vecchia era separata dalla terraferma da un ponte levatoio che al tramonto veniva alzato, Misma usciva dalla chiesa e se ne andava in giro per i viottoli.
Quelli che non erano rientrati in tempo rischiavano non solo di dormire all’addiaccio, ma di incontrarlo, lui, il ladrone vagabondo, che li fissava con quel ghigno e li faceva invecchiare di dieci anni dal solo spavento.

Un’iniziazione per i ragazzi

Per i ragazzi di Gallipoli, crescere significava anche affrontare quella prova: avvicinarsi alla cappella dopo il tramonto con una candela infilata in cima a una canna, giusto il tempo di illuminare quel volto nell’oscurità e uscire senza voltarsi.
Una specie di iniziazione. Una sfida che ogni generazione passava a quella dopo, come per dire: “Se sai guardare in faccia Misma, sai guardare in faccia il male che è in te.”

Il poeta e il ladrone

La fama di quella scultura sinistra uscì presto dalla città. Nel 1895 Gabriele D’Annunzio, il Vate, passò da Gallipoli. Qualcuno gli offrì di mostrargli il “Mal Ladrone”, e il poeta ne rimase folgorato.
Lo descrisse con due parole che poi sono diventate famose: “orrida bellezza”.

Un ossimoro perfetto per un’opera che unisce il repellente e il sublime, il sacrilego e il divino.
L’impressione fu così forte che quell’immagine gli riaffiorò anni dopo, quando scrisse della Beffa di Buccari, come se il ghigno di Misma fosse diventato per lui il simbolo di una sfida più grande: quella dell’uomo che guarda in faccia il destino e non abbassa lo sguardo.

Il contraltare della misericordia

Nella stessa chiesa, accanto a Misma, c’è un altro crocifisso.
È quello del Buon Ladrone, quello che i Vangeli chiamano Disma, il pentito che ottenne il paradiso.
Sono lì, vicini, come due facce della stessa medaglia.

E in mezzo c’è Cristo, che a tutti e due offrì lo stesso perdono. Ma la gente di Gallipoli, con quel profondo senso della giustizia che il mare e i secoli insegnano, ha sempre trattato i due ladroni in modo diverso.

Disma è quasi dimenticato, un giusto tra tanti. Misma, invece, è rimasto vivo nella memoria come ammonimento: il simbolo di chi potrebbe essere perdonato ma rifiuta il perdono, di chi si irrigidisce nel proprio male e lo sceglie fino all’ultimo.

La Settimana Santa

Durante la Settimana Santa, quando il Cristo morto esce in processione e sfiora con il suo passaggio la chiesa di San Francesco. C’è chi giura di aver visto il ghigno di Misma farsi per un attimo incerto, quasi che la misericordia divina riuscisse a lambire anche lui. Ma solo per un attimo. Poi il sorriso torna, duro come prima.

Perché – dice la leggenda – l’ostinazione è più forte del perdono quando l’anima si è indurita per sempre.

La ragione del suo permanere

Uno potrebbe chiedersi: perché una città tiene in così grande considerazione una statua che rappresenta il male, la tentazione, il peccato che non si redime? La risposta te la danno gli stessi gallipolini, con quella saggezza che il mare gli ha messo nelle ossa.

Se togliamo Misma”, dicono, “togliamo lo specchio del nostro lato peggiore. Abbiamo bisogno di vederlo per ricordarci ogni giorno che non vogliamo diventare come lui”.

Un monito di legno

Ecco perché il Malladrone non è solo una scultura da ammirare. È un monito di legno, un libro aperto sulla fragilità umana. È l’ombra che accompagna la luce, il male che serve a misurare il bene.

Nella sua fissità grottesca, è diventato l’anima più autentica e oscura di Gallipoli: un segreto custodito in piena vista, che aspetta chi abbia il coraggio di guardarlo negli occhi e, dopo averlo fatto, scegliere da che parte stare.

Conclusione

Fuori dalla chiesa, il mare continua a battere contro le mura della città vecchia, con lo stesso ritmo immutabile. Il vento di tramontana spazza via i nomi e le voci. Ma Misma resta, appeso alla sua croce, con il suo ghigno che non chiede perdono e il suo sguardo che da secoli interroga chiunque entri.

E forse è giusto così. Perché ogni terra, per essere viva, ha bisogno dei suoi fantasmi. E Gallipoli, la Perla dello Ionio, ha scelto il suo: un ladrone di legno che non si pente, ma che insegna il pentimento a chi lo sa guardare.

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Luigi Palumbo

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