El Max Egitto: Sostenibilità dei pescatori sul canale

El Max, il vecchio faro in rovina su isolotto roccioso. Passerella di legno.cielo azzurro con nuvole bianche.

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El Max e la sostenibilità: un modello di vita autentico in Egitto, sul canale Mahmoudiya

A El Max, in Egitto, spesso chiamata “Venezia di Alessandria”, la sostenibilità non è un concetto che ti spiegano, è una cosa che vedi fare.

La gente lì vive in un modo che ormai da noi è quasi scomparso. Sono pescatori. Vivono su un canale, non sul mare aperto. A El Max, Le barche sono vecchie, le case piccole, ma non è questo il punto. Il punto è come fanno le cose. Il pane se lo fanno da soli a casa, ogni mattina.

Le reti quando si rompono non le buttano, le rammendano seduti all’ombra. Il pesce che prendono lo vendono lì, sulla riva, senza mercato né niente, con quattro chiacchiere e qualche risata. Se passi davanti a una porta, ti offrono da mangiare. È normale per loro.

Un ecosistema unico tra dolce e salato

Il posto poi è particolare perché l’acqua è un misto di dolore e resilienza, e da anni il pesce sta diminuendo. Loro lo sanno, ne parlano mentre lavorano. Però quando qualcuno ha provato a farli trasferire, hanno detto di no. Testuali: “prendetevi le nostre anime, non le nostre case”. Una frase così non te la inventi.

Una nota, del ministero egiziano delle risorse idriche e dell’irrigazione ha dichiarato: “I progetti ad Alessandria fanno parte delle iniziative di protezione costiera che il ministero sta attuando per contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico, proteggere cittadini e infrastrutture, mettere in sicurezza le aree residenziali, industriali e a più bassa quota dal rischio d’innalzamento del livello del mare”.

Insomma, non mi sembra una comunità perfetta né idealizzata. Sembra solo gente che prova a restare dove sta, senza farsi grandi discorsi. Forse è questo il punto: la sostenibilità vera non è quella dei convegni, ma quella di chi ogni giorno sistema, condivide e non molla.

Sulla costa ovest: il ritmo lento del canale

Sulla costa ovest di Alessandria, lontano dal traffico e dal casino del centro, c’è un posto strano e bellissimo. Non è il solito villaggio di pescatori con le barche ferme davanti al mare. Qui le case sono tutte color pastello, affacciate su un canale, l’acqua è calma e sembra di essere finiti in un’altra epoca.

Il canale si chiama Mahmoudiya, l’hanno scavato nel 1820 per collegare il Nilo al Mediterraneo. Oggi l’acqua è un misto di dolce e salato, e la vita di chi abita qui gira tutta intorno a quel corso d’acqua. Non c’è bisogno del mare aperto per sentirsi pescatori.

Primo giorno: sveglia presto e pesce all’asta

Il sole ancora non spunta, ma El Max è già sveglio. La nebbia sale dall’acqua e nelle case le donne sono in cucina da un pezzo. Fanno il pane, quello che poi mangeranno a pranzo e a cena. L’impasto lo preparano con le mani, come hanno sempre fatto le loro madri e nonne.

Il profumo del pane appena sfornato si sparge per il quartiere e ti viene voglia di startene lì a fare colazione con un pezzo ancora caldo.

Sul canale i pescatori si muovono piano. Ahmed, per esempio, ha preso il mestiere da suo padre, e suo padre dal padre di suo padre. Prepara le reti, controlla il motore della barca, sistema le ultime cose. Le barche sono tutte dipinte di azzurro e verde, colori sbiaditi dal sole, ma ancora vivissimi sull’acqua.

Non è che partano di chissà quale avventura in mezzo al mare. Escono dal canale, vanno verso l’uscita, pescano per qualche ora e poi tornano.
Ma il rito è bello: i motori che si avviano uno dopo l’altro, i gabbiani che strillano, qualcuno che canta qualcosa a voce bassa.

Verso mezzogiorno le barche rientrano. Sulla riva comincia l’asta del pesce. Niente di formale, niente banconi o mercato coperto. Mettono il pesce nelle ceste di vimini, orate, spigole, triglie, e cominciano a contrattare.
Le voci si alzano, ci si scherza sopra, si ride. È un momento che coinvolge tutti, anche i bambini che corrono tra le gambe.

giphy El Max Egitto: Sostenibilità dei pescatori sul canale

Poi arriva il momento dei racconti

Nel tardo pomeriggio, quando il sole si abbassa e fa meno caldo, le famiglie si mettono davanti alle case, su quelle terrazze che sembrano sospese sull’acqua.
Gli anziani, quelli che chiamano Al-Rais, cominciano a parlare. Raccontano delle tempeste, di quando il mare si arrabbiava e nessuno osava uscire, di pescate miracolose nei momenti più difficili.

Qualcuno parla di uno spirito che vive negli abissi, e di come una volta i vecchi pescatori suonassero il flauto per calmare le onde. I bambini ascoltano a bocca aperta, e anche gli adulti stanno zitti e ascoltano.

In mezzo ai racconti, qualcuno passa con un vassoio di biscotti al sesamo appena fatti, o un pezzo di pane avanzato dalla mattina. La gente a El Max è così: quello che ha lo offre, senza pensarci due volte.

Secondo giorno: le reti da riparare e il mare che cambia

Il secondo giorno ha un altro ritmo.
Più lento, più pensieroso. La mattina i pescatori si mettono all’ombra davanti a casa e riparano le reti. È un lavoro che richiede pazienza, si intrecciano i fili uno a uno, con le mani che sanno fare da sole senza bisogno di guardare troppo.

È così che passano il mestiere ai ragazzi: li fanno sedere accanto e li guardano lavorare, correggono qualche errore, raccontano aneddoti.

Oggi però i discorsi sono un po’ più pesanti. Si parla di come il pesce stia diminuendo, di come le reti tornino indietro sempre più leggere. E poi c’è quella storia del mare che si sta ritirando. Davanti al faro c’è un’isoletta che una volta si raggiungeva a nuoto, adesso ci arrivi a piedi. I più vecchi la ricordano diversa, e la cosa li preoccupa.

Nonostante tutto, El Max non molla. Sono quindicimila persone e quando qualche anno fa hanno proposto di trasferirli altrove, hanno detto di no tutti insieme. “Prendetevi le nostre anime, non le nostre case”, hanno risposto. Perché lì le case non sono solo muri, è tutta una vita che ci sta attaccata.

Durante le pause, quando il sole diventa forte, qualcuno porta il tè.
Lo versano in bicchierini piccoli, lo bevono caldo anche se fuori ci sono trenta gradi.
E in quei momenti spuntano le storie strane: di pescatori che hanno tirato su dalle reti anfore antiche, pezzi di navi romane, roba che sta sul fondo da secoli.

Raccontano anche del maremoto che inghiottì il Faro di Alessandria, una delle sette meraviglie. Lo raccontano come una cosa che fa parte della loro storia, qualcosa che il mare non ha mai smesso di ricordargli.

A pranzo si mangia pesce.

Lo cucinano alla brace con un filo d’olio e limone, e lo accompagnano con il pane fatto in casa. Si mangia spesso sulla porta, e chi passa viene invitato a sedersi. “Mangia, mangia”, ti dicono, e se rifiuti si offendono quasi.
È così che ti senti a casa, anche se sei arrivato il giorno prima.

I bambini intanto giocano vicino all’acqua, qualcuno prova a pescare con una lenza improvvisata, le donne chiacchierano tra loro mentre sbucciano verdure.
Sembra tutto normale, ma sotto c’è quella consapevolezza che le cose stanno cambiando, che il mare non è più generoso come una volta. Eppure nessuno pensa di andarsene.

Quando arriva la sera del secondo giorno, e le luci cominciano ad accendersi una dopo l’altra sulle case che si affacciano sul canale, ti rendi conto che El Max non è solo un posto da visitare. È un posto da vivere, anche solo per due giorni.

La gente non ti tratta come un turista, ti tratta come uno che c’è, e questo fa la differenza.
Il pane fatto in casa, il pesce appena pescato, i racconti degli anziani, il tè bevuto insieme sotto il sole, le mani che riparano le reti con pazienza: sono queste le cose che restano.

I pescatori dicono una cosa che non si scorda: “Senza mare, siamo come un pesce fuor d’acqua”. Ma a El Max hanno capito che senza la gente, senza quel modo di stare insieme e di condividere il cibo e le storie, anche il mare non basterebbe a farti sentire a casa.

 

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Luigi Palumbo

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