Antichi mestieri pozzi Salento: L’arte dimenticata dei “puzzari”
Antichi mestieri il puzzaro e la ricerca dell’acqua nel Salento
La storia di Cosimo, l’ultimo Puzzaro che sapeva leggere la terra
Una sostenibilità che non compare nei rapporti, che non si misura in emissioni di CO₂ né si certifica con timbri autorevoli ed ufficiali delle autorità preposte.
È quella che appartiene a chi fino a qualche ventina di anni fa sapeva leggere la terra prima di scavarla, a chi conosceva il peso di una risorsa perché l’aveva cercata con le mani e con il respiro.
Oggi si parla spesso di transizione ecologica, di energie rinnovabili, di consumo consapevole, di innovazione.
Ma forse, prima ancora di innovare, dovremmo ricordare cosa significava vivere dentro il limite.
Significava ascoltare.
Significava sapere che l’acqua non è un servizio, ma un dono che si restituisce con il rispetto. In particolar modo in un territorio come il Salento perennemente assetato.
Una storia appesa a un filo
La storia che vi racconto è la storia di un uomo che quel rispetto lo ha appreso nelle viscere della terra, picconata dopo picconata, fatica dopo fatica, tra sudore roccia, umidità e creta gelida.
È una storia appesa a un filo, come tante.
Non so perché ho bussato alla sua porta, forse perché lo conosco da una vita. Forse perché quel portone di ferro di fronte a casa mia, un pò arrugginito e il cane che abbaia senza convinzione, sembra il posto giusto per trovare una risposta. O forse semplicemente, per il rumore del vento che fischia tra le foglie degli ulivi secolari della campagna salentina, o forse, ancora, perché sto cercando una Storia da raccontare.
Le mani che raccontano la terra
L’uomo che mi apre ha le mani che sembrano le radici di un albero d’ulivo. Grandi, nodose, solcate da fenditure che non sono solo segni dell’età, ma mappe.
Quando gli spiego che sto scrivendo di antichi mestieri, di quelle vite appese a un filo, fa un cenno con la testa.
Trasi (entra) mi dice. Mi fa entrare e ci sediamo nel cortile interno, sotto un pergolato di vite.
Lui si chiama Cosimo, ma qui per tutti è“Lu Puzzaru”. Sicuramente lo chiamano ancora così per quella sorta di rispetto, che qui nel Salento è ancora d’uso misto a superstizione che si riserva a chi come lui sa leggere la terra.
“Non mi riprendere, sai…” mi dice subito, la voce roca come se avesse ancora polvere di creta in gola.
“Non voglio facce. Non voglio comparire su un giornale. Voglio solo che la storia che ti racconto resti nelle parole”.
L’orecchio sulla pietra e il ramo d’ulivo
“Oggi”, comincia a dire, mentre guarda un punto lontano oltre il muro del suo cortile che si affaccia nel giardinetto interno retrostante alla sua abitazione, “oggi, per avere l’acqua basta aprire un rubinetto. Invece tempo fa, per me, l’acqua era sottoterra. Ed era bene che stesse lì. Il mio mestiere non era fare solo un pozzo.
Era cercarla con un ramoscello di ulivo e poi ascoltare”. Cosimo prende una pietra che trova per terra, un frammento di carparo, e la batte piano con le nocche. Toc, toc.
L’insegnamento del padre
“Mio padre mi portava nei campi, spezzava un ramoscello di ulivo fresco e flessibile, spesso biforcato (a forma “ipsilon”). Il ramo veniva spesso ripulito dalle foglie per evitare interferenze durante la ricerca. Faceva in modo che la punta fosse rivolta verso l’alto.
Poi camminava lentamente sul terreno mantenendo una concentrazione alta. Quando passava sopra una vena d’acqua sotterranea, la sua personale sensibilità generava un movimento inconscio che faceva piegare il ramo d’ulivo, verso il basso, indicando il punto esatto in cui scavare.
Di seguito, mi faceva mettere a pancia in giù, con un orecchio sulla pietra. ‘Senti,’ mi diceva. Ascolta come la la terra respira. Se senti un ronzio sordo, l’acqua è profonda, ma c’è. Se senti un suono vuoto, è solo roccia.
E se senti un brivido salire… quello è il posto dove scavare”.
La conoscenza oltre la fede
Mi viene spontaneo alle sue parole allungare il collo, come se potessi sentirlo anche io, quel brivido. Lui sorride, mostrando i denti radi. “Ma tu, ci credevi davvero?” gli chiedo.
“Vedi Luigi, non era fede la mia. Era conoscenza. Per centinaia di anni, i “puzzari” hanno saputo scrutare la vegetazione, la direzione dei filari, il colore del terreno quando pioveva.
Il pozzo non lo sceglievo io. Lo sceglieva la vena d’acqua. Io ero solo il mezzo”. Poi fa una pausa. Si sporge appena, come per confidarmi un segreto. “Era un’arte quasi sacra, un modo per ascoltare quello che la terra non dice a tutti.”
Scendere nel ventre della terra
“La parte più difficile” – mi racconta – “non era trovare il posto dove c’era l’acqua. La parte più ardua era scendere per farla poi scorgare. Il pozzo si scavava a mano. Da soli. Uomo contro pietra. Scendevo con un piccone e una calderina di ferro. Scavavo per giorni. A volte per mesi. Legavo la calderina a una fune, la riempivo di detriti, e mia moglie e mio figlio tiravano su.
In fondo al buco scavato, nel pozzo, non senti niente. Solo il tuo respiro e il toc, toc del piccone sulla roccia.”
Si ferma. Si strofina le mani.
Il rischio e la paura
“E se non trovavi niente?” Lo guardo. Lo so che è una domanda stupida, ma la faccio lo stesso.
“Se non trovavi niente, eri un uomo finito. Avevi sprecato il tuoi tempo, le tue energie, la fiducia della famiglia.
Ma la paura più grande non era quella. La paura era quando la terra tremava.
Quando sentivi che l’intonaco dei mattoni che avevi costruito sul pozzo, quello che avevi costruito tu per farlo sicuro, cominciava a cedere. E in quel buco, eri solo”. Mi racconta di un collega, anni fa, in un paese vicino.
Il pozzo franato. Ci hanno messo tre giorni per tirarlo fuori. “Ma lui era già un’altra persona. Non è più sceso.”
L’acqua e l’addio
“E quando arrivavi all’acqua?” I suoi occhi si illuminano per un attimo. “Quando arrivavi all’acqua, sentivi un freddo che saliva dalle ossa. E poi un rumore. Un gorgoglio. Era la terra che restituiva quello che le avevi chiesto. Bevevi la prima sorsata d’acqua ed era la più buona della tua vita.”
Cosimo non scava più. Nessuno scava più. I pozzi a mano sono stati sostituiti dai trivelli meccanici, che vanno giù in un giorno quello che a lui richiedeva mesi. Ma per lui non è solo questione di tempo.
Un patto con Dio e uno col diavolo
“Ora l’acqua la trovano subito. Ma la conoscono? L’hanno sentita parlare? No. È solo un servizio.
Per me era un patto con Dio e a volte col diavolo”.
Il vento e il silenzio
Mi alzo per andare. Lui resta seduto, con le mani sulle ginocchia. Sembra ancora in ascolto. Sembra ancora lì, a decifrare i sussurri della terra e lo sgorgare dell’acqua sotto il rumore del mondo.
Prima di uscire dal cancello, mi giro. Il cane ha smesso di abbaiare. C’è solo il vento. E forse, lì sotto, il brivido di un’acqua che nessuno ascolta più.
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