Diogene e la sostenibilità: la lezione del barile
Diogene, cinismo, sostenibilità autentica
La sostenibilità secondo Diogene: una lezione antica per il mondo moderno
Il collettivo Balual si trascina fino all’Agorà. Dopo ore passate a masticare una parola che ormai sa di plastica: ‘sostenibilità’. Infatti, una parola che è ovunque: nei convegni, nelle etichette dei cibi bio. Persino sul fondo delle borse di iuta pagate quanto un affitto in centro. Sostenibilità energetica, mentale, alimentare. Difatti rumore di fondo costante.
«Dobbiamo interrogarlo», taglia corto Barbara. «Quello viveva in una giara con una lanterna e basta. Perciò, se c’è qualcuno che ha inventato il concetto prima che diventasse un brand, è lui».
Luigi, il solito bastian contrario, storce il naso: «Ma a lui non frega niente del pianeta. Lo faceva per rabbia, per disprezzo. Tuttavia. non è la stessa cosa».
Alessandra però lo fredda con una verità di quelle che fanno riflettere: «Forse il disprezzo dura più dell’entusiasmo, Luigi. Difatti, l’entusiasmo ha bisogno di stimoli, si esaurisce. Inoltre, il disprezzo è un combustibile infinito».
L’incontro con il filosofo
Così trovano Diogene lì, buttato a terra. Ebbene, non sta “ottimizzando i consumi”. Sta semplicemente respirando. Dunque è l’unica vera forma di risparmio energetico che non richiede un contratto.
La sua giara è lì: terracotta grezza. Chilometro zero, biodegradabile, indistruttibile. Finché non decidi di prenderla a martellate. Ma Diogene sputerebbe in faccia a chiunque usasse il termine “economia circolare”.
«Allora,» rompe il ghiaccio Luigi, un po’ a disagio. «Vogliamo parlare di sostenibilità.»
Diogene solleva una palpebra. Mastica la parola come se avesse trovato un sasso nell’insalata.
«Sostenibilità,» gracchia. «Parlate come costruite: aggiungendo stanze inutili a case che non vi servono. Venite qui a chiedermi come si fa a vivere con poco. Ma non avete il fegato di mollare zavorra. Non sapete buttare via niente, nemmeno una domanda stupida.»
Si gira di lato, tendendo la mano verso una statua di marmo lì vicino. «Mi faresti l’elemosina?» chiede al pezzo di pietra. La statua rimane coerentemente in silenzio. Sulla sostenibilità non batte nessuno.
Diogene sogghigna, guardandoci dritto negli occhi.
«Bene. Cominciamo da qui.»
Le domande del collettivo Balual
Luigi: Salve, Diogene. Siamo il collettivo Balual – matematico, biologa, informatica. Realizziamo interviste a figure che hanno lasciato il segno. Possiamo sederci?
Diogene: Sedere dove? Questo è il mio pavimento, il mio tetto, il mio studio. Accomodatevi sulla terra, come fanno i cani. E come dovrebbero fare tutti gli uomini sensati. (Si sistema nella giara con un sospiro che potrebbe essere pietà o noia.)
Alessandra: Diogene, tu vivi qui da anni. Dal punto di vista biologico: come valuti questa scelta abitativa? In termini di termoregolazione e protezione dagli agenti atmosferici?
Diogene: Anche un lombrico vive bene sottoterra. E nessuno gli chiede la planimetria. Il corpo si adatta. È la mente che si ammala di comodità. I cani randagi dormono per strada. Non si lamentano del freddo e non pagano affitto. Sono i miei modelli di vita. (Indica la lanterna.)
Barbara: A proposito di quella lanterna – la tieni accesa di giorno. In informatica sarebbe un processo in esecuzione senza output utile. Non è uno spreco di risorse?
Diogene: Sto cercando l’uomo, ragazza. Non uno qualunque – uno vero. Autentico. Virtuoso. Finora il processo non restituisce risultati. (Li osserva uno a uno, lentamente.) Anche voi, a essere onesti, siete candidati discutibili.
Origini ed Esilio
Luigi: Prima di Atene, però: sei nato a Sinope, nell’Anatolia nord-orientale. Poi l’esilio, insieme a tuo padre, per aver contraffatto monete. È vero?
Diogene: Vero. Mio padre era cambiavalute. Io imparo presto che il metallo si può tagliare, mescolare, svalutare.
La città non lo apprezza. Ci cacciano. (Fa una pausa.) Ma è la migliore lezione che abbia mai ricevuto.
A Sinope avevamo alterato la moneta corrente. Ad Atene capisco che si può alterare anche la moneta dei costumi.
Delle convenzioni, delle menzogne che la gente chiama “vita dignitosa”. L’esilio non è una punizione. È l’inizio della chiarezza.
Alessandra: Non ti è mai mancata una casa?
Diogene: La casa è una prigione con un bel tetto. Io non sono mai stato più libero che dal giorno in cui perdo tutto.
Stile di vita ad Atene
Barbara: Qui ad Atene diventi seguace di Antistene. Lui però non amava molto gli allievi, mi dicono.
Diogene: Antistene diffida delle folle. Io busso alla sua porta. Lui mi minaccia con un bastone. Io dico: «Non c’è bastone così duro da tenermi lontano, se trovo qualcosa da imparare». Allora mi apre. E poi scelgo di vivere come un cane randagio: minimo indispensabile.
Parresia – libertà di parola – e il gusto di sbeffeggiare le convenzioni. In molti mi disprezzano. Ma nessuno di loro ha mai provato a dormire nella mia giara. Forse hanno paura di scoprire che si sta meglio.
Platone e il pollo
Luigi: Platone aveva definito l’uomo come “bipede implume”. Tu porti un pollo spennato all’Accademia…
Diogene: La migliore lezione di filosofia che abbiano mai ricevuto. Costo totale: un pollo. Neanche fresco.
Platone costruiva castelli di parole. Io porto la realtà. Spennata.
Alessandra: Ma dal punto di vista tassonomico…
Diogene: (Alza una mano.) Le definizioni servono a capire le cose. Non a farsi ammirare in società. Platone amava il suono delle sue parole più della verità. Almeno il pollo non mentiva. E aveva la decenza di non tenere conferenze.
Barbara: E Aristotele?
Diogene: Aristotele cataloga tutto: governi, amicizie, virtù. Un sistema meraviglioso. Peccato che nel frattempo insegni ad Alessandro come conquistare il mondo. Grande etica pratica, complimenti. (Sbuffa.) Dice anche che l’uomo è un animale politico. Io rispondo: il cane è un animale libero. Preferisco il cane.
Alessandro Magno
Luigi: Alessandro Magno, si racconta, che ti chiese: «Cosa posso fare per te?». E tuhai risposto: «Spostati un po’, mi fai ombra». Più tardi dichiara: «Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene». Come ti senti quando ripetono questa storia?
Diogene: Se non fossi Diogene, vorrei essere Diogene. Lui invece, con tutti gli eserciti del mondo, mi invidiava perché stavo al sole. Questo dovrebbe far riflettere chiunque costruisca un impero.
Alessandra: Non sei strato tentato, neppure un po’, dai suoi favori?
Diogene: Se chiedessi oro, diventerei dipendente dall’oro. Se chiedessi un palazzo, inizierei a difenderlo.
Ogni dono di Alessandro era una catena con il fiocco. Io preferisco il sole.
E comunque, la cosa più utile che potesse fare per me fu togliersi di mezzo. Un condottiero con mezzo milione di soldati. La sua unica azione concreta degna di nota fu farmi più luce. Lo considero un successo diplomatico senza precedenti.
Corinto e i pirati
Luigi: Vivi anche a Corinto, se non sbaglio. E lì accade un episodio singolare: vieni catturato dai pirati.
Venduto come schiavo. Quando ti chiedono cosa sai fare, rispondi: «Insegnare valori». Coraggio o provocazione?
Diogene: Entrambe. E poi indico l’uomo più ricco del mercato: «Vendete a lui – ha bisogno di un padrone».
Sto ancora lavorando. Gratis, peraltro.
Alessandra: Non hai avuto paura?
Diogene: Cosa potrebbero portarmi via? La giara? Ne esiste un’altra ad Atene. La libertà? La libertà è dentro.
I pirati incatenano le gambe, non il giudizio. Mi preoccupo molto di più della gente con villa e schiavi propri.
Quelli sono pirati che si sono organizzati.
La ciotola e il superfluo
Barbara: Hai gettato via la tua unica ciotola dopo aver visto un bambino bere con le mani. Oggi esiste un’intera industria del minimalismo: podcast, libri, corsi a pagamento. Su come liberarsi delle cose…
Diogene: (Scuote lentamente la testa.) Un corso a pagamento sul non avere cose. Questo supera anche me. Il bambino beveva con le mani e non sapeva di essere un filosofo. Era il filosofo più autentico che avessi mai incontrato. Un bambino mi ha superato nella semplicità del vivere. È una sconfitta che accetti solo se sei abbastanza onesto.
Luigi: In termini matematici, sembra che tu stia minimizzando una funzione. Eliminando ogni variabile non necessaria.
Diogene: Esatto. E la maggior parte degli uomini aggiunge variabili invece di toglierle. Poi si lamenta della complessità. Hanno case, servi, debiti, reputazioni da difendere, nemici da tenere buoni. Io ho una giara. Chi è più libero?
Il cinismo e il cane
Alessandra: Tu abbracci con orgoglio il soprannome “il Cane”. Non ti pesa?
Diogene: I cani sono onesti. Abbaiano ai mascalzoni e scodinzolano con chi li merita. Non fingono, non adulano, non portano maschere sociali. Vivono di bisogni essenziali. Ignorano il pudore inutile e sono capaci di gioia con pochissimo. Se “cane” è un insulto, allora gli insulti dicono più di chi li lancia. Che di chi li riceve.
Barbara: Il termine “cinico” deriva proprio dal greco kýon – cane.
Diogene: Lo so bene. E abbaio con orgoglio. Specialmente contro i filosofi con la toga pulita e le mani sporche.
Conclusione
Luigi: Ultima domanda. Se dovessi lasciare un messaggio al mondo moderno – quello che forse non riusciamo a vedere – quale sarebbe?
Diogene: Siete schiavi volontari che si credono liberi. Perché potete scegliere il colore delle proprie catene.
Cercate l’uomo invece – quello vero, autentico. Con la stessa costanza con cui io porto accesa questa lanterna.
Finché non lo trovate, state semplicemente occupando spazio.
(Pausa lunga. Il vento muove la lanterna.) E spostatevi. Mi fate ombra. Rientra nella giara. L’intervista è terminata.
Nota redazionale.
Diogene non stringe la mano a nessuno dei presenti. Offre però un sorso d’acqua – con le mani, naturalmente.
Nota tecnica.
La lanterna è ancora accesa all’uscita della giara. Nessun uomo trovato.
Nota biografica.
Diogene di Sinope (412–323 a.C.) viene esiliato dalla sua città per aver adulterato la moneta – letteralmente.
Porta poi lo stesso metodo nella filosofia: svalutare la moneta corrente dei valori sociali. Per cercarne di autentici.
Muore, secondo alcune fonti, lo stesso giorno di Alessandro Magno.
La giara va perduta. Forse è meglio così.
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