Gatta selvatica: vive con me alle sue condizioni

Una gatta selvatica a pelo lungo bianco e nero in piedi sopra una spessa trave di legno, stagliato contro un cielo blu limpido e luminoso.

Convivenza con una gatta selvatica: lezioni di libertà e sostenibilità

La gatta selvatica che insegna l’amore senza catene

Qualcuno mi ha chiesto: «Ma come fai a tenere una gatta selvatica in casa? Non è insostenibile?». E io ho risposto: «Invece sì, è sostenibile. Più di tante altre cose».

Perché lei non mangia da scatolette usa e getta, ma da ciotole di terracotta che abbiamo da vent’anni. Non dorme su cuscini di plastica comprati al supermercato, ma su un vecchio maglione di lana di mia moglie, che altrimenti sarebbe finito chissà dove. Esce ogni mattina e vive di quello che trova – erba, insetti, aria, libertà – e torna solo per il tepore e due crocchette.

Non ha mai avuto un collare nuovo, né un trasportino di plastica, né un tiragraffi comprato in negozio. Si gratta sulle cassette della frutta e beve dall’acqua a volte anche piovana che raccogliamo in una bacinella di zinco.

Insomma, questa gatta è l’animale più sostenibile che abbia mai incontrato. Non produce rifiuti, non consuma energia, non chiede niente che non sia già in casa. Forse è per questo che è sopravvissuta così a lungo da sola. E forse è per questo che ha scelto me: perché sapeva che non l’avrei riempita di cose inutili.

L’incontro con la gatta selvatica

Ma veniamo alla storia vera.

Non l’ho cercata. Forse è per questo che è rimasta.

Era una di quelle mattine d’inverno in cui non vorresti nemmeno alzarti. Fuori c’era la brina e io stavo bevendo il caffè, ancora in pigiama, quando l’ho vista. Accovacciata sul muretto basso del giardino, con il pelo bianco e nero arruffato, gli occhi che sembravano due fessure di diffidenza.

Una gatta selvatica, si vedeva lontano un miglio. Non aveva il collare, non veniva verso di me, non miagolava. Guardava soltanto. Come se stesse valutando se quel posto fosse degno di un’indagine più approfondita.

Le ho lasciato un piattino con del pesce. Lei è rimasta dov’era per un’ora buona. Poi, quando ho fatto finta di non guardare, è scesa, ha annusato, ha mangiato e se n’è andata.

Il giorno dopo era lì, stessa ora, stesso muretto.

Ho pensato: questa non chiede nulla, ma nemmeno dà nulla. Però torna. C’è qualcosa di bellissimo in questo, no? Una creatura che potrebbe stare ovunque, e invece sceglie il tuo spazio, ma senza concederti un centimetro di potere su di lei.

La prima settimana l’ho chiamata “la signora del muretto”. Poi, piano piano, ha cominciato ad avvicinarsi alla porta della cucina. La lasciavo aperta, giusto quel tanto. Lei entrava, faceva due passi, annusava l’aria e scappava via come se avesse visto un fantasma. Non si fidava. E faceva bene.

Il maglione di lana e la gatta selvatica

Un giorno è successo qualcosa che non dimenticherò. Pioveva a dirotto, io ero sul divano con un libro, e ho sentito un fruscio. Lei era entrata, zitta, e si era sdraiata sul tappeto accanto al caminetto. Non vicino a me, intendiamoci. A distanza di sicurezza. Però proprio lì, sul tappeto scolorito, c’era un vecchio maglione di lana che mia moglie aveva lasciato l’ultima volta che l’aveva indossato. Lei adora quelle cose fatte a mano, la lana che sa di caldo e di casa.

La gatta ha annusato quel maglione a lungo. Poi ci si è acciambellata sopra, ha chiuso gli occhi e ha cominciato a fare quel rumore che fanno i gatti quando sono contenti. Un motore piccolo, appena accennato.

Mia moglie, quando gliel’ho raccontato, si è messa a ridere. “Vedi? Anche le bestie selvagge riconoscono le cose buone”, ha detto. E da allora quel maglione è diventato il talismano di casa. La gatta non lo lascia mai. Ogni pomeriggio, dopo il pranzo, ritorna. Entra senza chiedere il permesso, si stira lunga sul tappeto, si arrotola sul maglione, e dorme. Un’ora, due ore, non si sa. Quando si sveglia, si guarda intorno con aria offesa, come a dire: “Non è che mi hai addomesticata, eh. Era solo un pisolino. Non ti affezionare”.

La routine della gatta selvatica

Ma poi arriva la sera. Alle diciannove in punto. Non diciannove e un minuto, non diciotto e cinquanta. Diciannove precise.

La sento grattare sulla porta. Entra, fa un giro della casa, salta sulla sedia della cucina, e aspetta che io le dia da cena. Dopo cena, se sono fortunato, si siede sul bracciolo del divano – mai in braccio, mai troppo vicino – e mi guarda. Con quegli occhi che hanno visto il bosco, la pioggia, la fame, la libertà. Occhi che non chiedono nulla, ma che ti fanno sentire meno solo.

La mattina dopo, però, non c’è. Esce prima che io apra gli occhi. Torna all’ora di pranzo, poi riparte. È il suo patto con il mondo: vive qui ma non appartiene a nessuno. Ha scelto di condividere il suo tempo con me, ma si riprende la sua vita ogni giorno. Ogni mattina è una piccola separazione. Ogni sera è una piccola riconquista.

E sai una cosa? Forse è questo l’amore più vero che abbia mai conosciuto. Quello che non ti imprigiona. Quello che ogni giorno decide liberamente di tornare.

La saggezza della gatta selvatica

Ecco, io credo che il segreto di quella gatta sia questo: sapere esattamente quando andarsene e quando farsi trovare. Non un minuto di più, non un minuto di meno. Come se avesse dentro di sé un piccolo orologio che non segna l’ora, ma segna il momento giusto per esserci.

E non è forse questo ciò che tutti vorremmo, senza nemmeno saperlo? Qualcuno che non ti chiede di cambiare, che non ti vuole diverso da quello che sei. Qualcuno che accetta le tue assenze perché sa che i ritorni sono più veri quando sono liberi. Taluno che ti lascia il tuo muretto, il tuo bosco, la tua mattina di fuga. E che nel frattempo tiene pronto un maglione di lana, una sedia vuota, una porta socchiusa.

La gatta non mi ha insegnato ad amare di più. Mi ha insegnato ad amare con più leggerezza. A non fare drammi quando se ne va ma neanche  fare festa quando torna. A lasciare che sia lei a decidere la distanza. E forse, alla fine, l’amore più grande è proprio questo: saper stare da soli insieme.

Mia moglie, dice sempre che quella gatta è più saggia di molti libri. Io ci aggiungo solo una cosa: ogni sera, quando alle diciannove precise sento grattare alla porta, penso che la vita sia fatta di questi piccoli miracoli. Un rumore che sai riconoscere. Un’ora che non sbaglia mai. Una creatura selvatica che sceglie di tornare da te.

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Luigi Palumbo

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