Sostenibilità: abbiamo fallito? Lezione da Fukuoka

Sostenibilità: Uomo giapponese anziano barba bianca siede su stuoia e lancia semi. Samue blu, ciotole terracotta, sfondo ocra.

Sostenibilità, agricoltura naturale, metodo Fukuoka, non fare

La vera sostenibilità secondo Masanobu Fukuoka

Sostenibilità. Che parolona, eh? La senti dappertutto, ma alla fine non sai neanche più che cosa vuole dire. La domanda vera è: siamo disposti a rinunciare a qualcosa per averla? Perché la sostenibilità non è una bella idea da raccontare al bar. È smettere di fare delle cose.

Pensaci un attimo. Infatto, tutto quello che abbiamo costruito – fabbriche, soldi, tecnologie, abitudini – si basa sul fare sempre di più. Più concime, più acqua, più ore di lavoro. E allora il risultato? Dopo cinquant’anni, la terra senza prodotti chimici non dà più niente. La frutta è perfetta da vedere ma sa di cartone. Così alla fine siamo tutti stanchi, come se avessimo corso dietro a qualcosa senza sapere bene cosa.

Forse abbiamo sbagliato strada.

La svolta del “non fare”

Proprio allora arriva uno come Masanobu Fukuoka. Lui era un microbiologo, poi è diventato contadino e anche un po’ filosofo, per necessità. E che cosa dice? “Smettila. Non arare, non concimare, non togliere le erbacce, non usare veleni.” Sembra pazzesco, no? Eppure i suoi campi, per cinquanta anni, hanno dato frutti e riso e orzo. Senza fare quasi niente. O meglio, facendo solo quello che serviva davvero.

Noi del collettivo Balual – c’era chi era curiosa, chi scettico, chi semplicemente stanca di sentire parlare di sostenibilità senza vedere nulla di concreto – siamo andati in questa fattoria in Giappone. Volevamo capire se questo “non fare” è una scusa per non impegnarsi o, al contrario, è la cosa più seria che possiamo fare.

L’incontro con il maestro

E lui, Fukuoka, ci aspettava seduto sulla paglia, con una tazza di tè fumante in mano. Aveva gli occhi di uno che ha smesso di litigare col mondo. O forse non aveva mai cominciato.

Questa intervista, che abbiamo scritto non è una trascrizione vera, l’abbiamo costruita pezzo per pezzo leggendo alcuni suoi scritti e provando a immaginare come parlava.  Tutto questo per cercare di far capire cosa voleva dire davvero con quel “non fare” che è più prezioso di quanto sembri.

Terra e silenzio: appunti da una fattoria giapponese

La strada finisce e comincia la polvere. Gli ultimi metri li facciamo a piedi, con le scarpe sbagliate, e quella sensazione di essere fuori luogo che ti prende quando arrivi in un posto che non ti stava aspettando.

Fukuoka è seduto sulla paglia. Non si alza quando arriviamo. Tiene una tazza di tè tra le mani, con il vapore che sale piano. Ci guarda come si guarda una nuvola scura: senza gran curiosità, ma senza neanche girarsi dall’altra parte.

La prima domanda: resa o consapevolezza?

Luigi si schiarisce la voce. Aveva preparato la domanda in aereo, l’ha riscritta tre volte. Alla fine gli esce così:

“Tu eri uno scienziato. Laboratorio, microscopio, tutto quanto. Poi hai deciso di non fare quasi niente. O meglio, non è un po’ come arrendersi?”

Il vecchio non risponde subito. Sposta la tazza da una mano all’altra. Fuori, da qualche parte, c’è un uccello.

“Lo scienziato guarda la natura con una lente. La taglia a pezzi, la mette nelle scatole. Ma intanto fuori piove. E sotto la pioggia i semi germogliano da soli. Nessuno gliel’ha chiesto.”

Silenzio.

“Non ho smesso di capire. Ho smesso di credere che capire voglia dire cambiare tutto.”

Il metodo che toglie invece di aggiungere

Alessandra annuisce. Le viene in mente una cosa che ha letto chissà dove. Una foglia non è solo una foglia: è cibo per un insetto, ombra per un germoglio, riparo per la terra. O forse se l’è inventata in quel momento.

“Nel tuo metodo,” dici, “si toglie roba. Niente aratura, niente concimi, niente diserbanti. Eppure il raccolto non diminuisce. Com’è possibile?”

Fukuoka indica il prato fuori dalla finestra. Erba alta, un po’ incolta, viva.

“Quello lì. Chi lo ara? Chi lo concima? Eppure ogni primavera torna. Più verde dei campi coltivati. La natura non fa calcoli. I calcoli li abbiamo inventati noi proprio per giustificare che non capiamo niente.”

Pazienza: il vero lavoro per la sostenibilità

Barbara interviene, ma senza la sua solita sicurezza. Sembra quasi imbarazzata.
“Guarda, io ci credo.  Però se uno ha un terreno che per trent’anni ha preso solo chimica… non può smettere da un giorno all’altro, no? La terra è stanca. Allora cosa fa, la prima primavera?”

Fukuoka si gratta la nuca. Poi indica la tazza di tè.
“Se il tè è freddo, non lo bevi. Lo scaldi piano. Il terreno è uguale. Quindi i primi anni non semini tutto. Lascia una striscia senza nulla. Osserva. Poi l’anno dopo un’altra. Il terreno impara. Ma tu devi avere pazienza. Nessuno lo dice, questo. Che la pazienza è il vero lavoro.”

Alessandra annuisce. Segna qualcosa sul quaderno. Forse è la prima cosa utile che sente da quando siamo arrivati.

La malattia che cambiò tutto

Barbara sta zitta. Ascolta e intanto pensa ad altro. Algoritmi, forse. Modelli che potrebbero spiegare questo caos che caos non è. Poi si butta.

“Ho letto della polmonite. Quella che ti ha cambiato. Allora cosa succede quando uno scienziato si ammala abbastanza da capire che la scienza non lo salva?”

Il vecchio posa la tazza. Per un attimo fissa un punto che noi non vediamo.

“Avevo trent’anni. Febbre alta. Ero in giardino. I germogli di riso spuntavano dalla terra. Nessuno li aveva piantati. E lì ho pensato: tutto quello che ho imparato all’università… sciocchezze eleganti. La natura semina,  coltiva, raccoglie. Noi siamo ospiti maleducati. Spostiamo i mobili in casa d’altri.”

Perché il semplice fa paura

Il suo metodo, a sentirlo, sembra uno scherzo. Non arare ne concimare o togliere le erbacce. Non usare veleni. Quattro no che sembrano una resa. Invece non lo è affatto.

Luigi riprende.

“Tu parli di raccolti simili a quelli dell’agricoltura normale. Però se è così semplice, perché nessuno lo fa? Insomma dov’è l’inghippo?”

Fukuoka quasi sorride. Quasi.

“L’inghippo è che il semplice fa paura. Il contadino che ara torna a casa con le mani callose. La schiena rotta. Sa di aver faticato. Se invece si limitasse a buttare semi e aspettare, si sentirebbe un fannullone. Perchè abbiamo paura di riposare. Paura di sembrare inutili.”

La verità sui numeri e sul raccolto

Luigi insiste. Ha il vizio di volere i numeri, Luigi. 
Va bene. Ma quanto si raccoglie? In ettari. Perché poi se uno deve campare di quello, la poesia finisce.

Fukuoka alza una mano. Non si offende.
“Negli anni migliori, il mio orzo e il mio riso facevano cinquecento, seicento chili per tan (approssimativamente 991,7 metri quadrati) . Come i vicini che concimavano. Negli anni di siccità, io prendevo lo stesso. Loro meno. Il mio conto in banca era lo stesso. Il loro, quello vero, lo pagavano in mal schiena e veleno. Ma capisco la tua domanda. Non c’è una ricetta. Non posso dire ‘fai così e prendi tot’. Sarei un venditore di fumo. Quello che posso dire è: prova su un pezzetto. Segna. Conta. Poi decidi.”

Barbara sorride. Forse è la prima volta che lo vede meno profeta e più contadino.

Trasmettere un’eredità controcorrente

Alessandra dice

“In India ti hanno dato un premio. Ma qui in Giappone i tuoi figli non seguono il tuo metodo. Come si fa a trasmettere una cosa che è l’opposto di tutto quello che ci hanno insegnato?”

Lui alza le spalle. Un gesto piccolo, senza appello.

“Mio figlio usa i concimi. I vicini mi credono matto. Ma sai una cosa? Tra cent’anni, quando i prodotti chimici avranno fatto deserto, qualcuno leggerà i miei libri. E dirà: questo qui l’aveva capito. Sarà tardi. Forse no. Non è un problema mio.”

Lo dice senza cattiveria. Senza tristezza. Con la pazienza di un albero che aspetta la pioggia.

Cosa fare domani mattina

Alessandra però insiste. Ha la testa dura, Alessandra.
“No, ma adesso. Con la crisi adesso. Cosa facciamo domani mattina?”

Fukuoka resta in silenzio per una manciata di secondi. Poi fa una cosa inaspettata. Si alza, va a prendere un pugno di semi da un sacco di iuta e lo mette davanti a lei.
“Domani mattina? Prendi questi. Buttali dove vedi terra nuda. Se piove, bene. Se non piove, pace. Non puoi risolvere tutto domani. Ma puoi cominciare domani. È diverso.”

Alessandra prende i semi. Non sa ancora se li pianterà, ma li stringe forte.

Le palline d’argilla e l’onestà della natura

Barbara ci riprova.

“Le palline d’argilla. Quelle che lanciava dagli aerei per far tornare i boschi in zone aride. Sembra una provocazione. Funziona?”

“Funziona. E anche se non funzionasse, sarebbe più onesto che piantare alberelli con i tubi e i concimi. Il seme nell’argilla aspetta. Se piove, cresce. Se non piove, aspetta l’anno dopo. Noi invece vogliamo tutto subito. Poi ci lamentiamo che le cose non durano.”

L’aspetto economico del non fare

Luigi si schiarisce la voce un’altra volta. Lo fa quando sta per dire una cosa imbarazzante.
“E i soldi? Perché alla fine… i concimi costano, ma se non li compri, quanto risparmi? E il raccolto quanto lo vendi? Perché se uno legge il suo libro e pensa ‘ah, bello, non faccio niente’, poi magari fallisce e la colpa è tua.”

Fukuoka annuisce. Sembra quasi contento della domanda.
“Il concime non lo compri. Risparmi. Ma non è un risparmio subito. I primi anni il raccolto cala. È come smettere di fumare: stai peggio prima di stare meglio. Poi il terreno si sveglia. E tu hai imparato a spendere meno. Non diventi ricco. Ma se volevi diventare ricco, perché hai scelto di fare il contadino?”

Luigi abbassa lo sguardo. Non risponde. Poi sorride. Gli è venuta un’idea.

Smettere di urlare per ascoltare

“A volte mi sembra che il tuo ‘non fare’ sia in realtà un fare diverso. Più… in ascolto.”

Per la prima volta gli occhi del vecchio si illuminano.

“Esatto. L’agricoltura naturale non è pigrizia. È smettere di urlare per cominciare ad ascoltare. Il terreno sa cosa fare. I semi sanno quando. Tu cosa sai? Tu sai solo avere fretta.”

L’ultimo consiglio per chi ha paura

Il sole scende. Le ombre si allungano sulla paglia. C’è quell’odore di terra e legno vecchio che ti si attacca ai vestiti.

Alessandra fa la domanda che aveva in gola da quando siamo arrivati.

“Cosa diresti a qualcuno che vuole provare ma ha paura di sbagliare?”

Fukuoka si alza. Le ossa scricchiolano. La schiena è curva, ma lo sguardo no.

“Digli che il fallimento esiste solo se misuri. Se smetti di misurare, smetti di fallire. Pianta un seme. Non concimarlo. Non annaffiarlo troppo. Guarda cosa succede. Se muore, hai imparato qualcosa. Se vive, hai imparato qualcosa di più. L’anno dopo riprova. La natura ha tutto il tempo che vuole.”

Pausa.

Anche un balcone può essere un inizio

“E se uno non ha un campo, ma solo un balcone?” chiede Barbara.

Fukuoka sorride. Per la prima volta da quando siamo arrivati, sorride davvero.
“Allora ha un balcone. Buona fortuna. Ma lo stesso principio. Un vaso. Una pianta. Non annaffiare troppo. Guarda. Impara. Il balcone è un campo in miniatura. L’orgoglio è lo stesso.”

Silenzio.

Ci salutiamo con un inchino. Lui torna verso la casa di legno, con il passo di chi non ha fretta di arrivare.

Il ritorno e un nuovo inizio

Sulla strada del ritorno nessuno parla per un po’.

Alessandra guida, gli occhi sulla strada sterrata. Luigi infila il registratore in tasca. Barbara guarda fuori dal finestrino.

Forse domani mattina, invece di annaffiare quella pianta sul balcone, aspetterà la pioggia.

Forse no.

Una settimana dopo, Luigi ci manda un messaggio vocale. Ha preso venti metri quadri di un campo abbandonato vicino a dove abita. Non li ha arati. Ha buttato semi di veccia e grano saraceno. “Vediamo che succede”, dice. Sua moglie pensa sia impazzito. Forse lo è. Ma ha smesso di parlare di sostenibilità al bar. È una cosa, almeno.

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Luigi Palumbo

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