La Festa a Gallipoli e’ una Musica che ti Travolge, come il vento la vela!

La Festa a Gallipoli. Veduta panoramica del porto antico di Gallipoli. Barche da pesca ormeggiate lungo le mura in pietra del castello, affiancate case del centro storico. Cielo coperto da nuvole leggere che attenuano la luce.

Ritmo, Danze e Pizzica: quando la Tradizione diventa Identita’

A Gallipoli La Festa è una di quelle ricorrenze che non si raccontano in linea retta

Inoltre, è anche musica, che ti prende di lato, come una folata di scirocco che arriva quando meno te l’aspetti.

Tutto in una festa che non è solo festa: è un nodo alla gola, un ricordo che torna, un odore di mare che si infila tra le case bianche e non se ne va più.

Chi è nato da queste parti lo sa – e chi ci arriva da fuori lo capisce subito, appena sente quel brusio di voci che si intrecciano come reti da pesca.

Una volta un pescatore – un uomo asciutto, mani come legno e occhi che sembravano aver visto più tramonti che persone – mi ha detto una frase che non ho più dimenticato: «Noi gallipolini cantiamo e raccontiamo, Santa Cristina ci guarda, e il mare ci giudica».

Una sentenza. Una carezza. Un avvertimento. Tutto insieme.

E da lì ho capito che questa festa non è solo religiosa: è un rito di comunità, un modo per dire “ci siamo ancora”, nonostante il vento, nonostante le stagioni che cambiano, nonostante tutto.

Il ritmo che nasce dal mare

La musica, qui, non è un contorno. È un richiamo. Una bussola.

La pizzica gallipolina, chiamiamola così, ha un modo tutto suo di raccontare la vita: non è elegante, non è addomesticata.

È ruvida, sincera, piena di scatti improvvisi – come quando ti sorprende un ricordo che credevi sepolto.

E mentre la festa scorre, i tamburelli iniziano a vibrare. Prima piano. Poi più forte. Poi fortissimo, come se volessero svegliare qualcosa che dorme dentro ognuno di noi.

Un percorso musicale che non finisce mai

Ho seguito un gruppo di ragazzi che suona in un vicolo stretto della città vecchia, dove il profumo di pesce fritto si mescola a quello delle case antiche.

La loro pizzica è giovane, ma non spavalda. Ha rispetto. ha memoria.

Mi hanno parlato di vecchie canzoni gallipoline, di quelle che si cantavano nelle case, nelle barche, nelle feste improvvisate.

La Voce di Bertoli e la Malinconia del Mare

E poi, quasi con pudore, hanno citato Pierangelo Bertoli, che con Sera di Gallipoli ha toccato corde che qui vibrano ancora.

È una canzone che, più di altre, sembra scritta per chi ha vissuto Gallipoli con la pelle e non solo con gli occhi.

La voce di Bertoli, ruvida e affettuosa, sembra fatta apposta per raccontare la malinconia buona di questa città. Quella che non fa male, ma ti stringe lo stomaco come una mano gentile.

Pierangelo Bertoli non era salentino, e forse proprio per questo ha visto Gallipoli con occhi diversi: più nudi, più sorpresi.

La canzone Sera di Gallipoli nasce da un testo di Mauro Degola, che aveva fatto il servizio militare nella città jonica e ne aveva assorbito il sapore di malinconia e sale.

E quel sapore si sente subito: «Così è passata la domenica sul mare sugli scogli, fino a che il sole non si è deciso ad andar giù…»

Fotografie di vita marinara

È una fotografia. Una di quelle che non si scattano: si vivono. Il sale sulla pelle, gli amici che girano “le vie di Gallipoli… in libertà”, le mura bianche di calce che sembrano respirare con te.

Poi arriva il colpo allo stomaco: «Porto di pescatori e gente povera che invecchia sull’uscio di una sola stanza…»

L’eredità di una Canzone: la Voce della Gente

E qui, ogni gallipolino, ogni salentino, ogni persona che ha visto un porto all’alba, sente qualcosa muoversi dentro. Perché quella gente esiste davvero: uomini con le mani spaccate dal lavoro, donne che guardano il mare come si guarda un figlio che parte.

Mi è capitato di parlare con un altro pescatore, anni fa. Si chiamava Tonino, e mentre sistemava le reti mi disse: «Quista è vita ca te ‘mpara a stare mutu. Lu mare parla, ma no sempre cu tte.» (Questa è una vita che ti insegna a stare zitto. Il mare parla, ma non sempre con te.)

Ed infine “Scorderemo il nostro stare insieme di adesso”.

E Bertoli, in quella canzone, sembra averlo capito.

Un percorso musicale che profuma di sale

Se si vuole tracciare un itinerario musicale gallipolino, bisogna partire dal dialetto. Non è solo lingua: è ritmo. È tamburo. È taranta che si muove come una donna che balla scalza sulla pietra calda.

E allora arrivano i brani che tutti conoscono, quelli che si cantano senza pensarci, come si respira.

La taranta che vibra sotto la pelle

La taranta gallipolina non è la stessa che si balla altrove nel Salento. Qui è più nervosa, più sporca, più vera. Ha un passo che sembra imitare il mare quando cambia umore. Tamburelli che picchiano come cuori innamorati. Voci che non cercano la perfezione, ma la verità.

Durante la Festa di Santa Cristina, capita spesso di vedere gruppi improvvisati che suonano all’angolo di una strada. Non hanno bisogno di palchi. La pietra è il loro palco. La gente si ferma, ascolta, qualcuno piange senza sapere perché. Succede. La musica, qui, non è intrattenimento: è memoria collettiva.

Il canto del mare: “Il suono del mare”

Se c’è un brano che rappresenta Gallipoli come un cuore che batte, è Lu rusciu de lu mare. Nato secoli fa proprio qui, racconta una storia d’amore impossibile tra un soldato e la figlia di un re, ostacolata come le onde che si infrangono contro gli scogli.

Il verso più celebre, quello che tutti conoscono, è: “A una a una le sentia cantare ca me pariane lu rusciu te lu mare”. (Una a una le sentivo cantare, mi sembravano il rumore del mare.)

È un’immagine che vibra. Sembra di sentire davvero quel fruscio, quel ‘rusciu’, che non è solo suono: è un richiamo. E quando la pizzica accelera, quando il tamburello prende il ritmo, il mare sembra ballare con te.

Aria Caddhipulina”: il vento che racconta

Partiamo dalla radice, da quel titolo che è già tutto un programma. “Aria Caddhipulina” è l’aria di Gallipoli, quella che profuma di salsedine e di storie antiche. Ma è anche il respiro di un popolo che nel tamburello e nella voce trova l’unico modo per esorcizzare le fatiche. Guarda un po’ che paradosso: un inno gallipolino che nasce nella Grecìa Salentina.

Un canto che non ha bisogno di presentazioni. Il titolo stesso è un abbraccio: l’aria di Gallipoli, quella che sa di alghe, di sabbia, delle case del centro storico.

Un verso tipico, spesso tramandato oralmente, suona così: “Aria caddrhipulina mo canta canta E ci nun sai cantare vieni ca senti“.

Il battito della vita popolare

Riesci a sentirlo quel frullio d’aria che arriva dal mare non è il solito maestrale. È un richiamo, un filo invisibile che lega la scogliera di Gallipoli alle viscere della terra. Perché il pezzo non si ascolta, si vive.

Ascolta il ritornello: “Nu corpu allu tampagnu e ‘nu corpu alla padella… nui ballamu la tarantella”.

Sembra un invito scherzoso, quasi un gioco da ragazzi. Invece, no. Quel colpo sul tamburo e quel colpo sulla padella sono il battito del cuore della festa, ma anche il suono della vita che si rigenera. E poi c’è quel lamento, una maledizione dolce e ironica: “Mannaggia la marea, la marea de lu mare… comu te giri giri sempre arrethu l’hai pijare”.

Mannaggia la marea. Quant’è vero. Perché come la marea che va e viene, così è la nostalgia di chi è partito e il ritorno di chi resta. I pescatori gallipolini, quando la intonano hanno lo sguardo perso all’orizzonte, come a sfidare un mare che ti porta via le certezze ma ti regala il ritmo.

Filosofia tra mare e terra

Ma la vera magia, la trovi nelle strofe che sembrano indovinelli. “La morte dellu purpu è la cipuddha, la sanita de l’omu è la uzzedha”.

Mica banalità. La cipolla che uccide il polpo (e che polpo, quello gallipolino!), e la “uzzedha”, quel contenitore di terracotta che disseta l’uomo. È un universo contadino e marinaro che si mescola, dove la fatica del lavoro si trasforma in filosofia spiccia. E quel verbo che torna sempre, “giri giri”… è il girotondo della pizzica che cura, la taranta che si scaccia ballando, un esorcismo collettivo che fa bene all’anima.

Il rito di San Silvestro

E poi arriva la notte di San Silvestro. Lì, la canzone diventa un inno corale. In piazza Tellini, mentre i “pupi” di cartapesta vanno in fiamme per salutare l’anno vecchio, l’Orchestra Popolare la attacca e la piazza esplode. Migliaia di voci, tutte insieme, a gridare quella melodia. Perché “Aria Caddhipulina” non è un pezzo da salotto.

È un mantra laico, un grido di appartenenza che scioglie le differenze. Cantano i vecchi, cantano i bambini, cantano le ragazze con gli occhi lucidi che hanno lasciato il Salento per studiare e che per una notte lo ritrovano tutto, intatto.

Non c’è analisi musicale che tenga: è l’urlo di un’identità che si rifiuta di sparire. E mentre l’ultima nota si perde tra i vicoli e il mare, capisci che non hai ascoltato un brano. Hai assistito a un parto. Quello di un popolo che, ancora una volta, si racconta e si salva.

Bedda ci stai lòni” e “Beddha ci dormi”: amore in dialetto

La musica popolare gallipolina è ricca di canzoni d’amore. Un amore semplice, diretto, senza fronzoli. Come in Bedda ci stai lòni: “Bedda ci stai lòni, lu core meu se strazzà”. (Bello, sei lontano, mi si spezza il cuore.)

Partiamo da un fatto, nudo e crudo: a Gallipoli le canzoni non si ascoltano, si subiscono. E io, quando sento “Bedda ci stai luntanu”, non so se ridere o piangere. Forse tutte e due le cose insieme, che è la stessa identica sensazione di quando il vento di tramontana ti schiaffeggia il viso e tu, invece di ripararti, ti ci pieghi dentro.

Ho il cuore a pezzi” (Lu core meu se strazzà)

Non è un verso, è un pugno nello stomaco. L’ho sentito dalla voce di un vecchio pescatore, novant’anni ben portati, gli occhi chiari come il cielo dopo la pioggia. Me l’ha cantata mentre accarezzava il suo vecchio gabbiano di legno, un giocattolo che teneva nascosto in una scatola da scarpe.

“Mia madre mi cullava così”, mi ha detto, “quando mio padre era in mare e non si sapeva se sarebbe tornato”. Ecco, quella canzone non parla di un amore qualunque. Parla di un amore che sa di sale, che ha il sapore amaro delle lacrime che nessuno vede. Perché a Gallipoli non si piange in pubblico. Il pianto lo metti nelle canzoni. Lo trasformi in note, lo affidi al vento, e il vento lo porta lontano. Luntanu. Appunto.

L’altra faccia dell’amore: “Beddha ci dormi”

Poi, però, c’è l’altra faccia della medaglia. Quella che ti prende a tradimento quando sei distratto. “Beddha ci dormi”.

“Beddha ci dormi, no t’addurmire cchiùi”.

Ma che disperazione è mai questa, eh? Non è una supplica, è un comando. Un ordine che nasce dalla paura più viscerale, quella che ti stringe la gola quando vedi la persona che ami chiudere gli occhi e tu, per un istante, pensi che non li riaprirà più.

Una notte, a Sannicola, ho sentito una donna anziana canticchiarla a un neonato. Ma non come una ninna nanna, badate. Lei la cantava con il volto contratto, gli occhi lucidi. E mi sono chiesto: ma chi ha scritto ‘sta roba? Un pazzo? Un genio? O semplicemente un uomo che aveva paura – paura vera, fisica, di perdere tutto mentre dormiva?

Due sfumature di disperazione

Guarda, la differenza tra le due canzoni è tutta qui, in questa disperazione diversa. Una è il dolore dell’assenza – lui è lontano, il cuore si strappa, fine. Punto. È un dolore che puoi raccontare, che puoi persino addolcire con la nostalgia. L’altra, invece, è il dolore della presenza che trema. La persona è lì, accanto a te, respira, ma tu hai paura che quel respiro sia l’ultimo. È molto più cruda. Molto più cattiva. E, forse, molto più vera.

I pescatori di Gallipoli, quelli che conosco io, ti sanno raccontare di notti intere passate a cantare queste cose per non impazzire. Loro, la lontananza, la conoscono bene. La sentono sulla pelle quando la barca si allontana dalla costa e la terra diventa una macchia confusa all’orizzonte.

Ma la conoscono anche i muratori di Alezio, di Tavianop, di Sannicola, di tutto il Salento che vanno a lavorare in Svizzera, e i ragazzi che scappano al Nord perché qui, in Salento, il futuro è una promessa che non arriva mai.

La melodia che dilata il tempo

E allora, che fai? Ti metti a cantare. Canti “Bedda ci stai luntanu” al telefono, la sera, quando senti la voce dell’amata che arriva disturbata, piena di fruscii.

E canti “Beddha ci dormi” quando sei a casa, finalmente, e la guardi dormire, , ma anche quandoi non lo sei che la immagini dormnire. e il panico ti sale – sì, il panico – perché la felicità, a Gallipoli, la sai sempre troppo fragile. Troppo facile da rompere.

Ma c’è un’altra cosa, una che forse non molti notano. Il ritmo. Sentite come queste canzoni si muovono? Sono lente, strascicate, quasi pigre. Sembra che il tempo si fermi. E invece, è proprio lì che il tempo si dilata e ti schiaccia. Non c’è fretta in questi canti, perché l’amore, quando è vero, non ha fretta. Sta lì, zitto, ti osserva, ti mastica dentro. E tu non puoi fare niente, solo aspettare che passi.

L’incontro a Lido Piccolo

Ricordo un pomeriggio d’estate, a piedi scalzi sulla spiaggia di Lido Piccolo, tutto intorno ragazzini che urlavano, musica a palla dai chioschi. E poi, dal nulla, un vecchio signore – un pescatore in pensione, immagino – si siede su uno scoglio e comincia a canticchiare. Era “Beddha ci dormi”.

E quel canto, piano piano, ha spento tutto il resto. Le urla, le canzoni del momento, il frastuono. È rimasto solo lui e quella melodia antica, che sapeva di sale, di fichi d’india e di lacrime asciugate. E io, lì, ho capito una cosa. Che certe canzoni le puoi suonare con gli strumenti più sofisticati, puoi farle diventare sinfonie, ma la loro anima resta lì, in quella voce roca, in quel dialetto aspro, in quella semplicità che ti entra dentro e non ti molla più.

Non so se “Bedda ci stai lòugi” e “Beddha ci dormi” siano dei capolavori musicali. Forse è così, forse no.

Capolavori di pura verità

Ma so che sono capolavori di verità. Perché quando le ascolti, non pensi alla musica. Pensi a tua madre, ai tuoi nonni, alla prima amore che ti ha spezzato il cuore, all’ultimo abbraccio che hai dato e che ancora non hai dimenticato. Ecco, la musica gallipolina è questo: un pugno di ricordi che ti sbatte in faccia, e tu ringrazi pure.

Perché, alla fine, l’importante non è capire da dove viene una canzone. L’importante è dove ti porta. E queste due, ti portano dritto nel centro del petto, in quel posto dove le parole non arrivano e restano solo i sentimenti, nudi, senza vergogna, senza maschere.

Come i nostri pescatori quando, dopo una notte di tempesta, tornano a casa e abbracciano le mogli senza dire una parola. Perché le parole, a volte, non servono. Occorrono i gesti. Necessitano  le canzoni. Servono queste due, “Bedda ci stai luntanu” e “Beddha ci dormi”, che sono la stessa cosa.

Poi, se ci pensi bene: due modi diversi di dire che l’amore, quando è vero, fa paura. E fa male. Ma che, senza di lui, la vita sarebbe solo vento che passa. E a Gallipoli, questo, lo sanno tutti.

Il cuore della gente

Alla fine, tutto si riduce a questo: il cuore. Un cuore che batte forte, che si emoziona per una canzone ascoltata mille volte, che si stringe quando la banda passa per le vie del centro storico, che si apre quando la statua di Santa Cristina esce dalla chiesa e la folla trattiene il respiro.

Gallipoli non è solo un luogo. È un sentimento. Una vibrazione. Una musica che non smette mai, anche quando tutto sembra fermo.

E chi ascolta queste canzoni – quelle antiche, quelle nuove, quelle che parlano di mare, di donne, di attese, di ritorni – sente qualcosa muoversi dentro. Qualcosa di dolce. Qualcosa di vero.

 

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Luigi Palumbo

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