Charles Darwin intervistato da Alessandra
In collaborazione con Alessandra Gentili
Charles Darwin, una conversazione tra passato e futuro
Qui, a casa di Darwin Immaginate di entrare non in uno studio, ma in una mappa. Una mappa tridimensionale di una mente che ha cambiato la nostra posizione nell’universo.
Questo è Down House. Qui, tra il vapore di una teiera e il silenzio della campagna inglese, Charles Darwin mi accoglie mi accoglie.
Forse, senza saperlo, ha tracciato la prima bozza di un’idea che ancora oggi rappresenta il quesito piu importante per l’umanita’: cos’e’ l’evoluzione!
In questa stanza, osservando il becco di un fringuello o la curvatura di un rampicante, immagino Charles Darwin che osserva la natura e intravede equilibrio, errori, adattamenti….e scrive, e pensa, e scrive……..
Cosi mi siedo di fronte a lui, provo a distorglierlo dai suoi pensieri di meta’ ‘800 per condurlo ai giorni nostri, ma non mi riesce molto bene. Allora inizio cercando di attirare la sua attenzione con argomenti di suo interesse…….
Darwin, l’uomo dietro l’evoluzione
ALESSANDRA: Signor Darwin, partiamo dal suo celebre viaggio. È vero che rischiò di non salire sul Beagle per colpa del suo… naso?
DARWIN: (Si tocca il naso con aria teatrale, gli occhi brillanti di autoironia) Ah, il capitano FitzRoy e la sua fisiognomica! Mi giudicò un pigrone cronico basandosi sulla mia protuberanza. Secondo la sua teoria, la forma del naso rivela il carattere. Il mio, a quanto pare, gridava: “Quest’uomo non sopporterà tre giorni in mare!”.
Fortunatamente, dopo un pomeriggio di conversazione sulla geologia delle Ande e sulla classificazione dei coleotteri, dovette ammettere che il mio naso era un bugiardo patologico. Se avesse avuto ragione, ora sarei a casa a collezionare francobolli invece di aver rivoluzionato la biologia.
(Si ferma, pensieroso) Curioso, no? L’ironia è che quel viaggio nato quasi per caso divenne la matrice di tutto. Cinque anni in cui ogni isola, ogni fossile, ogni variazione nel piumaggio di un uccello si depositava nella mia mente come strati geologici. E quando tornai, non ero più lo stesso uomo.
L’analisi “costi-benefici” del cuore
ALESSANDRA: Parlando di collezioni, ho visto la sua famosa lista matrimoniale. “Meglio di un cane” è… geniale. O brutalmente onesto.
DARWIN: (Ride di gusto, prende un foglio ingiallito da un cassetto) Analisi costi-benefici, mia cara! Vede, io sono sempre stato un uomo metodico. Anche per le questioni del cuore.
(Legge dal foglio) Da un lato: “Meno soldi per i libri”, “Perdita di tempo terribile”, “Impossibile fare un viaggio geologico di lusso”. Dall’altro: “Non morire solo”, “Figli (se Dio vuole)”, “Musica e fascino femminile”, “Una casa con camino caldo e libri”… e sì, “Meglio di un cane come compagnia”.
La matematica fu chiara: la solitudine è un costo superiore alla perdita di qualche volume raro. Emma, quando trovò quella lista anni dopo, disse: “Caro Charles, almeno potevi paragonarmi a un levriero di razza”.
(Il volto si addolcisce) Ma sa cosa non scrissi in quella lista? Che avrei sposato la mia migliore amica. Che lei avrebbe sopportato i miei interminabili mal di stomaco e le mie ossessioni per i lombrichi. Invece il mio terrore di ferire la sua fede beh, quello non si può calcolare.
La testimonianza della schiavitù in Brasile
ALESSANDRA: E FitzRoy? Oltre al naso, avevate divergenze più… profonde.
DARWIN: (Il volto si fa serio, la voce più bassa) La schiavitù. Lui la difendeva come una soluzione necessaria, parte dell’ordine naturale delle cose. Io l’avevo vista in Brasile: una cosa orrenda, disumana. Ricordo ancora le urla di uno schiavo torturato che sentii da lontano. Mi svegliai per mesi con quelle urla.
Una volta, durante la traversata, per provare la sua tesi, FitzRoy chiese a uno schiavo su una nave che affiancammo se fosse trattato bene. L’uomo, con il padrone a pochi passi, disse ovviamente di sì. Io allora chiesi a FitzRoy: “Lei crede davvero che avrebbe risposto diversamente con il padrone presente?”.
Non ci parlammo per giorni. Il silenzio tra noi era denso come la nebbia sul Tamigi.
(Si alza, cammina verso la finestra) Quelle discussioni mi confermarono qualcosa di fondamentale: che l’umanità non possa essere divisa in origini separate. Siamo variazioni, tutte variazioni dello stesso ceppo che risale alle prime forme di vita.
Sulle spalle dei giganti
ALESSANDRA: Questa idea di cambiamento graduale… suo nonno Erasmus non l’aveva già anticipata?
DARWIN: (Accenna un sorriso affettuoso) Il buon Erasmus! Poeta, medico, donnaiolo impenitente. Nella sua “Zoonomia” scrisse di trasformazioni organiche e di un “filamento vivente” originario da cui tutto discende. Ma era poesia filosofica, non scienza rigorosa.
Mio nonno sentì la vita come un desiderio. Ai miei occhi, immaginava l’evoluzione come una forza interiore, un’appassionata “fame di vita” che spinge gli animali a cercare, a desiderare e, con questo sforzo, a trasformarsi. Era una visione poetica, guidata dal sentimento della vita.
Forse Lamarck fu il primo a dare forma teorica a quell’intuizione. Per lui, il motore del cambiamento non è un desiderio interiore, ma un bisogno pratico imposto dall’ambiente.
L’ambiente muta, l’animale deve adattarsi, usa di più una parte del proprio corpo, e quella parte si sviluppa. Quel cambiamento, secondo lui, si eredita. Il suo esempio celebre, la giraffa che allunga il collo per le foglie alte, è un’ingegnosa soluzione a una pressione esterno.
(Prende due modellini di giraffe da uno scaffale) Io invece osservai che in ogni popolazione nascono giraffe con colli di lunghezza leggermente diversa, per puro caso. Quelle nate con colli casualmente più lunghi raggiungono più facilmente il cibo, sopravvivono meglio, si riproducono di più.
Niente sforzi eroici, niente volontà cosmica. Solo selezione naturale: le variazioni favorevoli si accumulano, quelle sfavorevoli scompaiono.
Ma sa cosa mi commuove? Che il nonno Erasmus, pur sbagliando il meccanismo, aveva intuito la cosa più importante: la trasformazione è possibile. La natura non e’ immobile. E per questo fu ridicolizzato, chiamato eretico. Quando pubblicai “L’Origine delle Specie”, qualcuno disse: “È solo il delirio del vecchio Erasmus in versione scientifica”. Come se fosse un’accusa!
“Sopravvivenza del più adatto” è un’eredità scomoda
ALESSANDRA: A proposito, è vero che la frase “sopravvivenza del più adatto” non è sua?
DARWIN: (Alza le braccia in un gesto di resa) Finalmente qualcuno che lo sa! Fu quel filosofo, Herbert Spencer, a coniarla dopo aver letto la mia opera. Io usavo sempre “selezione naturale”, che è più preciso ma meno… incisivo.
Devo ammettere che la frase di Spencer è oltremodo efficace dal punto di vista comunicativo. Il problema è che molti la interpretano come “sopravvivenza del più forte”, del più aggressivo, del dominatore. E questa è una tragica distorsione!
“Adatto” significa adatto al contesto, ambiente specifico. Una lucertola mimetica che sa nascondersi è più “adatta” di un leone in un deserto roccioso. Un batterio che resiste agli antibiotici è più adatto di noi in certi ambienti.
Paura, scrupolo e l’amore per Emma:
ALESSANDRA: Vent’anni. Perché aspettò vent’anni per pubblicare “L’Origine delle specie”?
DARWIN: (Per paura. E per scrupolo scientifico. Vede, sapevo che avrei scatenato un uragano. Non solo nella Chiesa, ma in tutta la società vittoriana. L’idea che l’uomo discenda da altri animali… (ride amaro) …che non siamo creati a immagine e somiglianza di Dio ma prodotti di un processo.
Dovevo avere prove su prove. Allevavo piccioni in ogni varietà, studiavo i cirripedi fino alla nausea (letteralmente: otto anni su quei maledetti crostacei!), corrispondevo con allevatori di cani, gatti, bovini in tutto l’impero. Volevo un’opera inattaccabile. Un castello di dati così solido che nessuno potesse abbatterlo con un colpo di teologia.
E poi c’era Emma. Così devota, così certa dell’immortalità dell’anima. Una sera mi scrisse una lettera. Conservo ancora le parole: “Charles, temo che le tue scoperte ci separeranno nell’aldilà”. Può immaginare quel dolore? Aver paura che la propria opera distrugga la fede della persona che si ama?
Alla fine fu Alfred Russel Wallace a costringermi a pubblicare. Un giovane naturalista dalle Molucche mi inviò un saggio con idee quasi identiche alle mie. Ironia della sorte: vent’anni di attesa, e poi dovetti correre per non essere preceduto!
Il ponte verso il futuro
ALESSANDRA: Signor Darwin, lei ha studiato gli equilibri naturali per tutta la vita. Se potesse vedere il nostro mondo oggi, cosa la preoccuperebbe di più?
DARWIN: Questa è una domanda che supera il mio tempo, ma proverò a rispondere con ciò che ho imparato dalla natura.
Vede, durante le mie osservazioni – dalle foreste pluviali del Brasile alle isole Galápagos – ho sempre notato una cosa: la diversita contribuisce a una maggiore stabilita’. Un’isola con un solo tipo di fringuello è fragile. Un’isola con quattordici specie, ognuna specializzata in una nicchia diversa, può resistere alle avversità e le variazioni dell’ambiente.
Se oggi l’umanità sta eliminando specie a un ritmo che nemmeno i grandi cataclismi geologici raggiungevano… beh, significa che state distruggendo proprio quella complessità che vi protegge. La vita è straordinariamente testarda e sopravviverà. Ma sarà un mondo diverso, forse impoverito, certamente trasformato.
La selezione naturale” per giustificare le disuguaglianze sociali.
ALESSANDRA: Cosa suggerirebbe a coloro che utilizzano il suo lavoro per giustificare il “darwinismo sociale”, l’idea che i ricchi meritano di essere ricchi e i poveri di essere poveri?
DARWIN: Questo è un tradimento totale del mio lavoro. Riguardo la selezione naturale non è una morale, non è una giustificazione. È semplicemente la descrizione di come funziona la natura. La mia non è una prescrizione, un suggerimento, di come dovrebbe funzionare la società umana.
Applicare la “legge della natura” alla società non ha senso! La nostra capacità di cooperare, di aiutare i più fragili – sono prodotti dell’evoluzione.
Herbert Spencer e quelli come lui hanno preso la mia frase “sopravvivenza del più adatto” e l’hanno alterata in un grido di battaglia crudele. Ma guardiamo le formiche: cooperano in modi che noi a malapena comprendiamo. Guardino i delfini: aiutano i feriti del gruppo. Allo stesso modo, tra gli uomini, la società che tutela i più deboli è più stabile e duratura.
Darwin la lezione dei lombrichi
ALESSANDRA: Lei ha dedicato il suo ultimo libro ai lombrichi. Perché?
DARWIN: (Gli occhi si illuminano, un sorriso quasi infantile) Ah, i miei cari lombrichi! Tutti si aspettavano un’altra grande opera teorica, magari sulle origini della moralità o della religione. E invece scrivo quarantanni di osservazioni su creature che la maggior parte della gente calpesta senza nemmeno vederle.
Sa cosa fanno i lombrichi? In silenzio, invisibilmente, trasformano la terra. Mangiano foglie morte, detriti, materia organica in decomposizione. E ciò che espellono è suolo fertile. In un acro di terra buona ci sono milioni di lombrichi. In pochi anni rivoltano completamente lo strato superiore del terreno.
Antiche pietre romane, monete, cocci: tutto viene lentamente inghiottito dalla terra grazie a loro. Eppure senza di loro, il mondo sarebbe un deserto di foglie morte e terra sterile.
ALESSANDRA: È una metafora?
DARWIN: (Ride) Forse lo è diventata, sì. Volevo mostrare che i grandi cambiamenti non richiedono sempre forze cataclismiche. A volte sono il risultato di piccole azioni ripetute innumerevoli volte.
Ogni lombrico sposta una quantità minuscola di terra. Ma milioni di lombrichi, per migliaia di anni, cambiano completamente il paesaggio. Così è stata la mia vita: piccole osservazioni, annotazioni quotidiane, esperimenti umili. E alla fine, una rivoluzione.
E c’è un’altra lezione: i lombrichi nutrono il suolo, il suolo nutre le piante, le piante producono le foglie che i lombrichi mangiano. È un ciclo. Rompete un anello e tutto si ferma.
L’ultima domanda a Darwin
ALESSANDRA: Se potesse dare un solo consiglio a chi vivrà nel ventunesimo secolo, quale sarebbe?
DARWIN: (Guarda fuori dalla finestra, verso il giardino dove un merlo sta scavando nel terreno. Poi si volta verso di me) Osservate con l’umiltà di chi è disposto a essere sorpreso.
Quando salii sul Beagle, credevo che il mondo fosse stato creato in sei giorni e che ogni specie fosse immutabile. Poi osservai. Fringuelli con becchi diversi. Fossili di creature gigantesche estinte. Atolli corallini che raccontavano milioni di anni di storia. E dovetti cambiare idea.
Cambiare idea è doloroso. Significa ammettere di aver sbagliato, significa ricostruire la propria mappa del mondo. Ma è anche liberatorio. È la differenza tra essere prigionieri dei propri pregiudizi ed essere esploratori della realtà.
Osservate la natura non come una risorsa da sfruttare, ma come un maestro da cui imparare. Osservatevi tra di voi non come competitori in una gara, ma come rami dello stesso albero evolutivo. Osservate le conseguenze delle vostre azioni, non solo oggi ma tra sette generazioni.
la speranza per il futuro.
ALESSANDRA: (Con voce più intima) Lei crede che ce la faremo?
DARWIN: (Un lungo silenzio. Poi, un sorriso incerto ma non privo di speranza) Vede quella quercia fuori dalla finestra? È stata colpita da fulmini, attaccata da parassiti, quasi soffocata da un rampicante. Eppure ogni primavera mette nuove foglie. La vita trova sempre un modo.
(Si alza e mi accompagna verso la porta) Ho passato la vita a studiare come le specie si estinguono. E anche come si evolvono, si adattano, prosperano. La linea tra i due destini è più sottile di quanto pensiamo. È fatta di scelte. E le vostre generazioni stanno facendo scelte che risuoneranno per millenni.
Fate in modo che quando un naturalista del futuro studierà la vostra epoca, possa dire: “Ecco il momento in cui compresero. E cambiarono rotta”.
Conclusione
ALESSANDRA: Uscendo da Down House, mentre il sole calava dietro le colline del Kent, ho pensato a quei lombrichi. A come trasformano silenziosamente il mondo.
E mi sono chiesta: quali piccole azioni quotidiane stiamo compiendo? Stiamo arricchendo il suolo della vita o lo stiamo impoverendo? Stiamo creando fertilità per le generazioni future o desertificazione?
Darwin ha condiviso con noi il suo pensiero, ha tracciato delle linee di connessione come rami dello stesso albero. Oggi siamo andati oltre, la scienza e’ andata avanti. Ma non possiamo dimenticare la lezione di chi, solo con lo strumento dell’osservazione e una grande passione per la scienza, ha provato a spiegare i processi naturali.
Perché l’evoluzione non è solo biologia. È anche cultura. E la cultura umana può evolvere molto più rapidamente dei nostri corpi.
Storie come narrazioni per formare comunita’
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