Sostenibilità e storie di mare: l’ascolto che salva

Soistenibilità. Un massiccio torrione circolare in pietra chiara. Sullo sfondo, lungo la costa, si estende una fila di edifici storici colorati e palazzi bianchi sotto un cielo azzurro con nuvole sparse

Sostenibilità, memoria e conchiglie: il valore nascosto delle storie di mare a Gallipoli

La sostenibilità è anche ascoltare il silenzio dei pescatori e custodire le storie come conchiglie vuote.

Sostenibilità, è anche un gesto semplice: come spingere una porta socchiusa nel centro storico di Gallipoli ed entrare a casa di Maria. La mia vecchia maestra di ormai novant’anni. È sedermi accanto a lei e restare lì ad ascoltare la sua voce roca che racconta il mare.

Lei,  ricorda il silenzio dei pescatori all’alba, la paura per il marito che non tornava, e quel “resta qui” detto al figlio che se n’è andato per sempre.

Custodire le storie

È anche custodire le storie come si raccolgono conchiglie vuote sulla battigia: che sembrano morte, ma se le avvicini all’orecchio, senti ancora il rumore di chi le ha vissute. Sostenibilità è ricordare il mondo con tanta pazienza.

Niente telecamere, niente lucine rosse. Solo orecchie e memoria. Perché l’alta marea passa in un attimo e si porta via sabbia, segni, orme. E le storie, se non le ascolti oggi, te le portano via i vecchi.

La sostenibilità che non fa notizia

Questa è la sostenibilità che non fa notizia. Quella di una conchiglia legata con lo spago, di un caffè che si fredda mentre il racconto prende calore. Di una maestra che, dopo tutti questi anni, ancora si fida di te.

La porta socchiusa

La porta del piccolo appartamento nel centro storico di Gallipoli è socchiusa. Basta spingerla. Dentro c’è Maria.
È stata la mia maestra. La mia prima maestra. Quella che ti insegna a tenere la penna in mano e che, senza che tu lo sappia, ti sta già insegnando a tenere in mano la vita. È amica di mia madre da sempre, di quelle amicizie che sanno di caffè lungo e pomeriggi interi.

I suoi novant’anni

Ha 90 anni, i capelli bianchi raccolti in una crocchia che sembra scolpita dal vento, e occhi che hanno trattenuto l’orizzonte di troppe albe e il pianto di troppi quaderni di scuola. Sul tavolo, accanto a lei, il paesaggio minimo di una vita: una tazzina di caffè ormai fredda, un vecchio album di fotografie con gli angoli consunti, e una conchiglia tenuta insieme da un giro di spago annodato male.

La promessa

Prima ancora che io apra bocca, mi guarda con quell’espressione che aveva quando ero bambino, quando combinavo un guaio con la penna stilografica e l’inchiostro. «Tu non mi registri e non mi riprendi in video, vero?
Parola di scolaro. Perché se vedo una di quelle lucine rosse accesa, io smetto di parlare e ti mando via come quando non avevi fatto i compiti».

Glielo giuro. Niente telefono, niente taccuino digitale. Solo orecchie e memoria.

«Accomodati. Il mare oggi è calmo. Mio marito sarebbe già uscito, se fosse ancora qui.»

Il mare dentro casa

Quando hai capito che il mare non era solo il lavoro di tuo marito, ma anche la tua casa?

«Io sono nata a tre passi dal Castello. Mia madre ricamava tulle per i corredi delle spose, mio padre faceva il calzolaio e batteva la suola su un cuoio che sapeva di terra, non di salsedine.

Eppure io, il mare, lo sento da sempre, di notte, come un respiro che gonfia e sgonfia le pareti di casa. Poi ho sposato Cosimo. Un pescatore. Lui parla poco, parla attraverso le reti, attraverso i gesti lenti di chi sa che la fretta in acqua è nemica.

Quando torna con le reti bagnate, sa di sale e di silenzio. Un silenzio che urla storie senza parole. Io, che faccio la maestra, quelle parole gliele ho messe dopo, di nascosto, su un diario che nessuno ha mai letto. Nemmeno tu che sei stato mio alunno. Finora.»

Il ricordo più antico

Qual è il ricordo più antico che lega la tua famiglia al mare?

«Mio nonno. Mi portava al Molo di Levante e mi teneva per un dito perché avevo paura di scivolare. Mi dice: “Guarda, Maria, il mare non tradisce chi lo rispetta.” Una frase corta. Come una frustata di vento. Una volta troviamo una bottiglia di vetro incrostata di alghe e sabbia, con dentro un foglietto in inglese Non lo capiamo.
Ma io me la tengo.

Per quarant’anni l’ho tenuta in un cassetto, vicino ai fazzoletti buoni. Finché un’estate una ragazza americana in vacanza qui a Gallipoli legge quel biglietto e sbianca. È la nipote di chi l’ha scritta: due innamorati separati dalla guerra che si scrivevano messaggi affidati alle onde.

Il mare l’ha trattenuta per decenni, quella storia, come si trattiene un segreto. E poi l’ha restituita proprio a me.
Io ci sono. Piango. Chi può dire che il mare dimentichi?»

Insegnare in un paese di pescatori

E la scuola? Insegnare in un paese di pescatori…

«I miei bambini arrivano in classe con le mani che sanno già di salsedine e di scaglie. Anche tu, quando venivi da me con i quaderni che odoravano di cucina di tua madre.

I più dei miei scolari sono analfabeti di lettere ma dottori di mare: sanno annodare una lenza al buio, riconoscere lo scirocco prima che arrivi, ascoltare il vuoto dell’onda che si ritira. Io insegno le parole che il mare non ha.

E tuoi compagni, in cambio, insegnano a me che certe cose non si scrivono sulla lavagna, si custodiscono nel cuore. È come riparare una rete rotta: ci vuole pazienza, filo sottile e un pizzico di dolore.
Si sta lì, con l’ago in mano, e si rammenda il mondo.»

Le paure

E le paure?

Si ferma. Guarda la tazzina fredda. Poi guarda me. «La paura più grande non ha un colore, ha un orario.
Quando Cosimo non torna all’ora giusta, il tempo smette di scorrere e diventa una corda tirata intorno alla gola.
Una volta il mare se lo tiene per due giorni e due notti.

Io sto sulla spiaggia della Purità con la bambina più piccola in braccio, avvolta in uno scialle. Non prego. Cosa serve pregare? Aspetto. Il silenzio è più forte di una preghiera, sai? Quando finalmente torna, è magro, gli occhi bianchi di sale come due vetri smerigliati dal libeccio.

Non parliamo per ore. Restiamo seduti sul muretto. Lui mi prende la mano. Fine della paura. Inizio di un’altra cosa che non so spiegare se non chiamandola resurrezione quotidiana.»

I rimorsi

E i rimorsi? Abbassa lo sguardo. Le sue dita, gonfie di artrosi e di mare, accarezzano la conchiglia legata con lo spago. Il gesto è lento, meditato, come se stesse accarezzando la tempia di un figlio addormentato. «Mio figlio maggiore vuole fare l’antropologo.

Vuole studiare le storie dei pescatori, non viverle. Io gli dico: “Non c’è futuro, resta qui.” Una frase secca.
Un colpo di forbice. Lui resta. Fa il comandante di un peschereccio. Muore in un incidente in mare a trent’anni.

Quel “resta qui” me lo sogno ancora la notte, arriva insieme allo sciabordio dell’acqua contro gli scogli. Avrei dovuto dirgli: “Vai. Porta le nostre storie lontano.” Non lo faccio. E lui non torna più. Quella volta no.
Nemmeno il mare, che pure è generoso di relitti, vuole restituirmelo.»

Il silenzio che pesa

C’è un silenzio che pesa come un’ancora. Ecco, mi chiedo: quanti “resta qui” pronunciamo senza sapere che stiamo scavando una fossa nel futuro di chi amiamo?

Le occasioni mancate

E le occasioni mancate?

«Non ho mai imparato a usare il computer. Non mi interessa, a dire il vero. Tua madre me lo dice sempre: “Maria, fatti aiutare dal ragazzo.” Ma io ho paura. Paura che le storie, una volta uscite dal caldo del cuore per finire in una macchina fredda o in quel coso che tieni sempre in mano, si rompano come un guscio vuoto.

Per questo ti prego di non registrarmi. Io parlo con te perché sei il figlio della mia amica. Perché mi dai del tu e mi guardi come quando ti correggevo le aste storte.

Questo è il modo: non un computer, ma una v oce. Una sedia scomoda. Un caffè che si fredda mentre il racconto prende calore. E qualcuno che ascolta davvero, senza guardare l’orologio del cellulare.»

Un consiglio per i nipoti

Se potessi dire una cosa a tutti i nipoti che non hanno ascoltato la loro nonna?

«Il mare non si possiede. Si ascolta. Le storie nemmeno. Le storie vanno raccolte come conchiglie vuote sulla battigia. Sembrano morte. Ma se le avvicini all’orecchio, senti ancora il rumore remoto di chi le ha vissute, un fruscio di passi e di reti e di pianti e di risate.

Non aspettate. Chiedete oggi. Adesso. Subito. Perché l’alta marea passa in un attimo e quando si ritira si porta via la sabbia, i segni, le orme. Non aspetta nessuno. Io, per esempio, sto parlando con te. E forse non mi fermo più.»

Cosa resta di Gallipoli

Un’ultima cosa: cosa resta, oggi, del centro storico di Gallipoli?

«Restano i vicoli stretti, dove le voci rimbalzano da un balcone all’altro e nessun segreto dura più di un’ora. Resta il profumo del pesce fritto che si mescola alla brezza umida.

Ma i giovani se ne vanno, le case diventano b&b anonimi, le serrande si abbassano d’inverno. Il mare è ancora lì, bello e terribilmente indifferente, come un vecchio dio che non ha più fedeli.

Le storie, invece, se le portano via i vecchi. Per questo parlo con te, che sei stato mio alunno e che mi guardi con gli stessi occhi di quando ti davo “bravo” sul quaderno. Per lasciare qualcosa. Un nodo. Una traccia. Una bottiglia nell’oceano digitale, anche se non so bene cosa significhi.

Ma forse è meglio così. Però scrivi bene, mi raccomando. Non farmi fare brutta figura».

L’uscita

Esco dalla casa di Maria. Il vento di scirocco accarezza le pietre del Castello con una delicatezza che non gli conoscevo. Sento ancora la sua voce, quel timbro roco che non trema nemmeno quando parla di suo figlio. Non piange.

Non serve piangere quando il dolore è diventato un elemento chimico del tuo corpo. “Le lacrime te lu cauru” (le lascime del granchio), “dicono i vecchi pescatori, sono fatte di sale come il mare”.

E quel mare, stasera, sembra più calmo. Forse perché ha ascoltato anche lui. Forse perché, dopo aver divorato vite e imbarcazioni, ogni tanto si ferma ad ascoltare le vecchie signore con le conchiglie legate con lo spago.

Un articolo stampato

Maria non sa che questo articolo esisterà. Glielo porterò stampato, come si faceva una volta. Insieme a una conchiglia nuova, lucida e senza scheggiature.

Perché le storie che l’alta marea non ha portato via, a volte, tornano. Basta tender loro una mano.
E avere il coraggio di spingere una porta socchiusa.

Soprattutto, avere il privilegio di essere ascoltati da una maestra che ancora, dopo tanti anni, si fida di te.
E ti dice di non accendere quella maledetta lucina rossa.

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Luigi Palumbo

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2 comments

comments user
Barbara Rinaldi

Leggere questo articolo anzi questo racconto, è come immergersi nel cuore e nella mente di nonna Maria. Quelle parole che suscitano emozioni ormai dimenticate dalla vita frenetica e dall’uso di dispositivi freddi e senza un’anima. Ringrazio il Signore che esistono ancora le Nonne come Maria.

    comments user
    Luigi Palumbo

    Grazie di cuore Barbara per queste parole così belle, delicate e profonde. È un dono sapere che nonna Maria abbia saputo toccare emozioni autentiche, in un mondo che ne ha tanto bisogno 😊

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