Gallipoli: come la Comunità custodisce la Tradizione attraverso i Riti

Gallipoli: Luminarie artistiche multicolore per la festa patronale di Santa Cristina (luglio 2017), con archi monumentali di luci a LED lungo Corso Roma durante la celebrazione

Gallipoli e la Festa di Santa Cristina tra Riti e Leggende

Scopri la storia, i riti e il significato della Festa di Santa Cristina a Gallipoli

Gallipoli appare sempre così: improvvisa, luminosa, un po’ sfacciata. Una città che non si concede subito, ma che quando lo fa, ti entra nelle ossa. Cristian Piccinonno – oggi vicepresidente del comitato festa di Santa Cristina – dice che questo è un luogo che ti fa piangere quando arrivi, perché è “troppo”, e quando te ne vai, perché quel troppo ti manca. E mentre lo dice non sorride: lo afferma come un fatto antropologico, come una legge non scritta.

 

Il centro storico di Gallipoli e la memoria della Festa di Santa Cristina

Il centro storico è un labirinto di vicoli formati dalle classiche chianche e dai basoli in pietra locale, che profumano di mare e di cucina. Le case sembrano respirare. Le porte, un tempo sempre aperte, oggi sono più chiuse, ma l’eco di quella convivialità antica non è scomparsa: vive nei racconti, nei gesti, nei riti che resistono.

Cristian racconta il centro storico di una volta: le porte aperte, gli odori che uscivano dalle case, le zie che non erano zie biologiche ma lo diventavano a tutti gli effetti. E tu, da bambino, dovevi solo scegliere da quale di esse andare a fare merenda. Oggi qualcosa si è perso, ma non tutto. Persistono riti come quello di Sant’Antonio Abate, con la pasta, fagioli e cozze offerta dalla famiglia Perrone a tutto il quartiere. Persistono le processioni della Settimana Santa, con il Venerdì Santo che stringe ancora i giovani attorno alla confraternita. È qui che Cristian è cresciuto. È qui che ha imparato la grammatica emotiva della città.

Quando Alessandra Gentili, del Collettivo Balual,  intervista Cristian, si nota subito che lui non ha l’aria di chi vuole essere intervistato. Ha l’aria di chi vuole raccontare, che è diverso. Parla della festa come si parla di una persona cara: con rispetto, con affetto, con una responsabilità che non pesa ma guida.

«Sono cresciuto con i nonni nel centro storico. Non erano devoti in maniera estrema, ma mi hanno trasmesso tutto: odori, modi di dire, pastorali, processioni. Senza volerlo.»

Cristian non è un semplice organizzatore. È un traghettatore di identità, uno di quei giovani che hanno capito il vero valore della tradizione. La sua visione è chiara: Gallipoli deve tornare a emozionarsi e a emozionare.

Santa Cristina: la steddha che protegge la città

Per capire la festa bisogna capire la Santa. E per capire la Santa bisogna capire il suo nomignolo: steddha, la stella. La più luminosa del cielo gallipino.

Cristian parla del miracolo del 1867 come se fosse successo ieri: un sogno condiviso, una ragazzina vestita di bianco sul molo del Canneto, un cane che diventa simbolo di protezione. Il colera che scompare il terzo giorno del triduo e la città che si salva. Da allora, Gallipoli non ha mai smesso di rivolgersi a lei. «Santa Cristina mia aiutami», si dice ancora oggi nei momenti di sconforto. La festa è un atto di riconoscenza, non un semplice appuntamento sul calendario.

La sua importanza è stata recentemente sancita anche a livello ufficiale: la Festa Patronale di Santa Cristina Vergine e Martire, “angelo tutelare” della città, è stata riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale della Regione Puglia, con l’inserimento nell’Inventario Regionale ai sensi dell’art. 2 della Convenzione UNESCO del 2003. L’inserimento della festa nell’Inventario Regionale rappresenta un riconoscimento di eccezionale rilievo per Gallipoli, blindando una memoria che appartiene a tutti.

La festa: un organismo emotivo

La festa di Santa Cristina non è un programma di eventi: è un organismo. Respira, cresce, cambia, resiste. Cristian la descrive come un vero rito di passaggio: «È una sfida fisica, ma anche emotiva. Nessuno si tira indietro».

C’è il ponte secentesco che si riempie all’inverosimile, come un polmone che si gonfia. Ci sono le luminarie che trasformano Corso Roma in una cattedrale di luce, la Santa portata a spalla e le lacrime che scendono sul viso della gente senza vergogna.

E poi c’è il 24 luglio, il giorno della steddha. Un giorno in cui, per antica tradizione, è severamente vietato fare il bagno in mare. Si dice infatti che in questo giorno la Santa “si prenda” un giovane. «Il vero gallipino oggi non fa il bagno in mare perché sa che Santa Cristina porta la steddha e lui rischia di morire», si tramanda di generazione in generazione, ripetendo il detto “Santa Cristina porta la Steddha”. È un divieto sacro che aggiunge mistero e rispetto a una giornata già carica di significato.

«Se spari li fuochi e se spacchi li maluni». Il fuoco pirotecnico diurno e l’anguria tagliata: un gesto semplice, antico, comunitario. Il 24 luglio persino i pescherecci restano fermi in porto. È festa per tutti, nessuno escluso.

La cuccagna a mare: antropologia del rischio

Il palo di 13 metri, unto di grasso, da scalare in bilico sull’acqua sotto il sole cocente di luglio. La cuccagna a mare, che si svolge nello suggestivo scenario del Seno del Canneto, non è solo un gioco tradizionale: è un evento che mette alla prova il corpo, la volontà e la fede. Una prova di coraggio che racconta la relazione viscerale tra i giovani e la tradizione, tanto da essere oggi riconosciuta ufficialmente dal CONI, un dettaglio che ne sottolinea lo spessore sportivo oltre che folcloristico.

Il comitato: un laboratorio sociale

Il comitato organizzativo è un microcosmo della città stessa: gli anziani custodiscono la memoria, i giovani portano la forza fisica e i giovanissimi imparano il senso della responsabilità.

Nel 2016 per Cristian arriva l’incontro con Benito Carrozza, storico presidente, che lo prende per mano e gli mostra il dietro le quinte della macchina organizzativa. Cristian osserva, impara, cresce. Poi la vita impone una sosta: la malattia della nonna lo richiama a casa, a un altro tipo di devozione, intima e familiare. Ma il filo con la festa non si spezza. Al suo rientro, oggi si trova a guidare un gruppo di ragazzi che definisce “fantastici”, investito di un ruolo che è al contempo “un onore e un onere”: coordinare, proteggere, far sì che tutto fili liscio e che la città sia felice.

Cristian osserva i suoi ragazzi con un affetto che si fa anche lucida denuncia sociale:
«Preferisco logorare i ragazzi nell’organizzare una festa piuttosto che lasciarli per strada a drogarsi.»

Persino la questua – la raccolta fondi porta a porta tra i cittadini – diventa un rito di partecipazione civica. Un esercizio che educa alla resilienza, alla comunità e alla responsabilità condivisa. Il comitato, in fondo, non organizza solo una festa: organizza un modo di stare insieme. È una Gallipoli che crede a modo suo, anche quando bestemmia. Perché, come ricorda Cristian citando Don Luigi Trantino, «chi bestemmia lo fa perché crede».

Il futuro: la festa come resistenza culturale

Le rigide norme sulla sicurezza, le barriere antisfondamento, i bagni chimici, la burocrazia delle autorizzazioni e i costi sempre più alti: organizzare una festa patronale, oggi, è diventato un puro atto di resistenza.

Santa Cristina ha rischiato più volte di sparire inghiottita da queste difficoltà. Ma il comitato, l’amministrazione comunale, gli uffici, la polizia locale e il sindaco Fasano stanno lottando uniti per non perderla. La festa è un patrimonio culturale immateriale e, come tale, va protetta con le unghie e con i denti.

Alla fine dell’intervista, Alessandra Gentili invita Cristian a pronunciare una frase in dialetto gallipolino, un’espressione che possa chiudere il cerchio e rappresentare l’essenza profonda di Gallipoli.
Cristian riflette un attimo e risponde: “Imu campatu naddhu annu” (Siamo vissuti un altro anno).

Siamo riusciti a resistere e custodire. Abbiamo amato.

È la sintesi perfetta di ciò che questa festa rappresenta: non un semplice evento estivo, ma un modo profondo di stare al mondo.

Share this content:

1b0e26624e29903679d99b2135cb5cf2e7cfafb18b6d5339a9233a7b1019ef8e?s=96&d=wp_user_profile_avatar&r=g Gallipoli: come la Comunità custodisce la Tradizione attraverso i Riti
Luigi Palumbo

0
0

Commento all'articolo