Sostenibilità di Totò: l’intervista che non c’è mai stata
Sostenibilità di Totò: la lezione senza tempo del Principe sulla vera ricchezza
Oltre il termine “sostenibilità”: la lezione senza tempo di Totò sulla vera ricchezza.
Oggi il termine “sostenibilità” è ovunque: nei rapporti aziendali, nei comizi, nelle didascalie dei social. Parola onnipresente, spesso vuota. Così abbiamo deciso di cercarla dove nessuno guarda più: nel passato.
Ci è venuto in mente Antonio de Curtis. Perché Totò, senza saperlo, pratica già quello che oggi chiamiamo sostenibilità. Non nei convegni, ma nei vicoli. Non con proclami, ma con gesti. La sua è Sostenibilità di “Totò sociale”: buste di denaro infilate sotto le porte dei poveri, rispetto per le maestranze del cinema in un’epoca di caporali.
- Sostenibilità economica: l’arte di fare molto con nulla, di non sprecare tempo o risorse.
- Sostenibilità etica: una domanda che ancora ci interroga — siamo uomini o caporali?
- Non parla di ecosistemi, parla di volti.
- Non teorizza l’inclusione, la esercita nell’ombra.
- Frequenta i vicoli non per studiare il degrado, ma perché lì la sopravvivenza è quotidiana e la solidarietà l’unica rete di protezione.
Gli abbiamo regalato un’intervista immaginaria.
Perché a volte la finzione dice più del vero. E abbiamo scoperto che per lui la vera ricchezza non è accumulare, ma lasciare andare.
Il suo insegnamento più profondo riguarda il tempo e la sua finitezza.
Lui la morte la guarda negli occhi e ci scherza sopra: “La morte è una livella”.
Solo chi accetta di dover scomparire può costruire cose che restano. La livella pareggia ogni differenza: ricchi e poveri, potenti e dimenticati, sostenibili e predatori. Alla fine, per tutti, solo terra.
E magari un cane che ci passa sopra, incurante.
A Totò sarebbe piaciuto. Perché la più autentica lezione sulla durata è questa: sapere che nulla ci appartiene, nemmeno la memoria.
Questa intervista non è mai avvenuta.
Totò è scomparso il 15 aprile 1967. Ha lasciato un vuoto comico immenso. L’umanità non ha ancora saputo riempirlo. Lo ha tentato con reality show e influencer.
Tuttavia, alle 3:47 di una notte speciale, accade l’incredibile. Tre redattori di “interviste impossibili” giurano di averlo visto Si è materializzato in una poltrona di velluto blu. L’aria sa di polvere di scena e ragù.
Quello che segue è la trascrizione fedele. Ci assumiamo ogni responsabilità letteraria. Per quella metafisica, invece, rivolgetevi altrove.
Ecco TOTÒ Sua Altezza Imperiale Antonio Porfirogenito della stirpe Costantiniana dei Focas Angelo Flavio Ducas Comneno di Bisanzio, Principe di Cilicia… e altri titoli che ci siamo persi dietro al terzo caffè.
L’Identità, il Setto Nasale e il Problema del Nome
Nella quale si scopre che avere un nome lunghissimo non risolve nessun problema esistenziale
Luigi: Principe, la ringraziamo per averci ricevuto. A quest’ora poi…
Totò: A quest’ora è l’unica in cui mi sento me stesso. Di giorno recito. Di notte – essendo afflitto da insonnia cronica che definire cronica è già un eufemismo, diciamo che ‘a notte mia dura quanto ‘o govern’ – penso. Pensare di notte, amici miei, è come fare la spesa alle tre del mattino: si trova tutto sullo scaffale, nessuno ti disturba, ma si rischia di comprare cose bizzarre. Come una zucca. O una filosofia di vita.
Alessandra: Lei porta un nome formidabile. Ce lo ripete? Lentamente, magari.
Totò: Con piacere – e la avverto che se si addormenta durante la lettura, non è colpa mia ma della burocrazia nobiliare.
Sua Altezza Imperiale Antonio Porfirogenito della stirpe Costantiniana dei Focas Angelo Flavio Ducas Comneno di Bisanzio, Principe di Cilicia… Vuole che continui? Ho ancora una dozzina di titoli.
Li conservo come le medicine: non si sa mai quando tornano utili. O come le ricevute del fisco: inutili finché non le cerchi, e allora sono ovunque tranne dove le hai messe.
l Setto Nasale, il Nome Lunghissimo e l’Arte di Sparire ai Creditori
Barbara: Come funziona praticamente? Al ristorante, per esempio – dà il nome per la prenotazione?
Totò: Al ristorante dico ‘Antonio’. Come tutti. Non sono mica pazzo. Una volta provai il nome completo a un centralino – la signorina svenne al quarto titolo. ‘A verità è ca sto nomme è comm’a ‘na legge italiana: lungo, complicato, e nessuno lo legge fino in fondo.
Però nelle lettere formali fa un certo effetto. Soprattutto ai creditori. Si confondono e nel frattempo sono già sparito.
Barbara: E il setto nasale? Abbiamo letto…
Totò: Ah, la mia deformazione biografica più autentica! La mia feature diremmo oggi, no? Un precettore, in un momento di disattenzione pedagogica – o di attenzione fin troppo precisa alla mia faccia – mi sferrò un pugno involontario. Risultato: setto deviato e una certa diffidenza verso chi si definisce ‘educatore’.
Vede, Barbara, anche i sistemi informatici hanno i loro bug di installazione. Il mio fu precoce e lasciò un segno visibile. È la sola cosa della mia biografia che non ho mai esagerato: già così era abbastanza.
“Sissignore, ho una faccia comica. Ma è l’unica che ho, e ci ho fatto carriera.”
I Cani, la Generosità e l’Arte di Fare il Bene in Incognito
Nella quale si scopre che la filantropia silenziosa precedette i podcast sul welfare di circa sessant’anni
Alessandra: Principe, lei è noto per un amore viscerale per gli animali – i cani in particolare. Li considera superiori agli uomini?
Totò: Superiori? È un eufemismo.
‘O cane nun tradisce, nun fa carriera sulle spalle ‘e ll’autre, e soprattutto nun vota. Il cane non porta rancore, non scrive articoli di fondo sul Corriere, non organizza convegni sulla propria importanza. Un cane non sarà mai – e qui siamo in piena fenomenologia – un caporale.
E qui, amici miei, entriamo in territorio filosofico. Sedetevi comodi.
Luigi: Il caporale come categoria astratta… ci spieghi.
Totò: Esattamente! Nella Prima Guerra Mondiale – che già il nome è una promessa disattesa, come se dicessimo ‘prima’ aspettandoci che non ce ne fosse una seconda – incontrai un caporale prepotente che mi trattava come uno straccio. Da allora divisi l’umanità in due soli insiemi: gli uomini – pochi, rari, quasi una specie protetta come il lupo appenninico – e i caporali.
‘Siamo uomini o caporali?’ è una domanda ontologica, amici miei, altro che battuta comica! È il cogito ergo sum di Napoli.
Buste Sotto la Porta, Big Data e l’Inutilità dei Convegni sul Bene
Barbara: Lei finanziò anche un canile a Roma, l’Ospizio dei Trovatelli, in forma anonima. Come mai anonima? Non ci si perde qualche visibilità?
Totò: Visibilità! Una bella parola moderna. Perché la generosità con la firma è pubblicità, non generosità.
Io non volevo le prime pagine. Di notte, a Napoli, scivolavo buste di denaro sotto le porte dei più poveri. Nessun applauso, nessuna telecamera, nessun post sui social – che allora per fortuna non esistevano, altrimenti avrei dovuto mettere la foto della busta con il filtro Mayfair e la didascalia: ‘Stasera ho fatto del bene. Chi mi segue sa già.’
Sa qual è il paradosso? Oggi si chiama ‘impact investing anonimo’ e ci fanno convegni con il catering. All’epoca lo chiamavamo semplicemente fare la cosa giusta.
Alessandra: Dal punto di vista sistemico, la sua generosità crea retroazione positiva: riduce la disuguaglianza, che è uno dei principali driver di instabilità negli ecosistemi sociali.
Totò: Biologa, ma mi hai fatto sentire intelligente! Però non ho capito i sistemi. Le facce, sì . A Napoli, le facce delle povere creature dormono anche di notte.
Quello era il vero “big data” dell’epoca: la memoria delle cose viste. L’algoritmo? Non si sapeva nemmeno dove fosse di casa.
‘E criature affamate? ‘O piatto ca è vuoto nun tene bisogno ‘e spiegazione.
La Morte, ‘A Livella e i Minuscoli Momenti Felici
Nella quale si scopre che la democrazia vera ha già un nome, e si chiama cimitero
Luigi: La sua poesia più famosa, ‘A Livella, parla dell’uguaglianza di fronte alla morte. È una consolazione o una provocazione?
Totò: Entrambe, caro matematico. La morte è l’unica operazione aritmetica che dà sempre lo stesso risultato, indipendentemente dai dati in ingresso.
Marchese o spazzino: livella. È la matematica più democratica che esista — e l’unica su cui il Parlamento non è ancora riuscito a fare una deroga.
‘A morte è ‘a sola cosa veramente eguale ‘n cchesta vita. E nun c’è raccomandata che tegna. Ho scritto quella poesia pensando ai potenti che si credono immortali. Anche loro finiranno a tre metri sotto terra, senza autista e senza scorta.
Barbara: Eppure lei non sembra terrorizzato dalla morte…
Totò: Uh, quanto parlammo bene! Uè, ‘a felicità è comme ‘a sfoglia ‘e pastiera: si ‘a mangi tutta ‘nzieme, te vene ‘o vizio e ‘o dolore ‘e panza.
‘A felicità è ‘o mummento. Nuie simmo fatti ‘e mummenti. La felicità sono minuscoli momenti: un cane che ti corre incontro, una risata vera – non quella delle platee, quella che ti fa piegare in due senza pubblico – il profumo di ragù la domenica mattina.
Il resto è rumore di fondo. ‘A felicità è comme ‘o sole ‘e Napule: dura poco, ma quanno c’è, nun te ne ricuorde ‘e nient’ato.
Alessandra: Direbbe che praticava una forma di ‘resilienza sistemica’?
Totò: Direi che praticavo la sopravvivenza con stile. Che è la stessa cosa, ma senza bisogno di un master. E costa molto meno. Io nun aggio avuto bisogno ‘e nessun coach motivazionale: me so’ motivato da solo cu ‘a miseria. È il metodo più economico. Ve lo consiglio.
“La morte è democratica: alla fine arriva per tutti. È l’unica cosa di cui i ricchi non riescono a fare privatizzazione.”
La Pigrizia, i 97 Film e il Paradosso dell’Efficienza
Nella quale si scopre che fare poco bene e tanto male può comunque essere etico – se paghi gli stipendi
Luigi: 97 film in trent’anni. Eppure si parla anche di sua grande pigrizia. Come si conciliano?
Totò: Finalmente uno che capisce! ‘Il pigro è un preveggente. Il pigro sa che la vita è un atto: non puoi perdere subito la voce, altrimenti come fai il terzo atto?
Io cercavo ‘o gesto ca rendeva senza sbattimento. ‘O pigro è nu filosofo. ‘O fannullone è nu fesso ca se stanca a fa niente.
Io me stancavo a fa ‘o necessario, ma ‘o necessario ‘o facevo bello. E questa, signuri miei, è già tutta ‘a sceneggiatura d”a vita.
Barbara: In informatica la chiamiamo ottimizzazione algoritmica…
Totò: E io la chiamavo arte. Stessa cosa, Barbara, stessa cosa.
Tu scrivi codice, io scrivevo comicità. Entrambi cerchiamo di fare molto con poco. Zero sprechi, massimo output. Il gesto minimo che produce il massimo effetto.
Quella camminata, per esempio – le gambe che vanno per conto loro mentre il busto resta immobile – ci ho lavorato anni per renderla automatica. Poi il pubblico pensava che nascessi così. No: era engineering, come direbbe lei.
Alessandra: Ma molti di quei 97 film erano di scarsa qualità – lo ammetteva lei stesso…
Totò: Li giravo per far lavorare le maestranze.
Il macchinista, la costumista, il trovarobe, il ragazzo che portava il caffè sul set – quel caffè era fondamentale, lo specifico. Chilli so’ ‘uomini’, nun so’ ‘caporali’. E ‘o sistema regge si ogni nodo tene.
L’umiltà professionale non è debolezza: è consapevolezza che nessun sistema regge senza i suoi nodi più piccoli.
Un film brutto con il set pieno vale più di un capolavoro con la gente a casa.
Questo oggi lo chiamano stakeholder capitalism. Io lo chiamavo essere per bene. Molto meno syllabe.
La Superstizione, il Sacro e la Morte Digitale
Nella quale si scopre che le corna apotropaiche e il cloud storage hanno più in comune di quanto si pensi
Luigi: Lei era notoriamente superstizioso. Come si accordava con la sua visione filosofica?
Totò: La superstizione è la matematica dei poveri.
Non avendo dati certi, si usano parole euristiche: scala a sinistra, gatto nero, corna. Sono algoritmi di sopravvivenza tramandati per generazioni.
Irrazionali? Forse. Ma meno irrazionali di certi mutui bancari – e con meno interessi.
‘E corne nun costano niente e fanno almeno ‘o stesso effetto d”a polizza assicurativa. Provatemi il contrario con dati.
Alessandra: Dal punto di vista biologico, la superstizione è un meccanismo di riduzione dell’incertezza…
Totò: Esatto! E il sacro è la versione premium della superstizione. Con più cerimonia, più incenso, meno corna – anche se nei confessionali ho visto di tutto. Io rispettavo entrambi. Non si sa mai. Come diceva il saggio: anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno.
Il che lo rende già più affidabile di certi oracoli televisivi che conosco.
Barbara: Ha mai pensato alla morte digitale? Ai dati che sopravvivono a noi? Ai profili social che restano attivi per anni dopo la scomparsa?
Totò: Nella mia epoca i dati erano le pellicole. Concrete, fisiche, odoranti di chimica – e qualcuna anche di muffa, purtroppo. 270 milioni di persone hanno visto i miei film. Sono ancora lì, quelle pellicole. È la mia forma di immortalità. Molto più dignitosa di un profilo social con le ultime tre foto di colazioni varie.
‘A immortalità vera nun se compra cu ‘i likes. Se conquista cu ‘a faccia e cu ‘o talento. Nun c’è algoritmo che tenghe. E poi – permettetemi – io con quella faccia non avrei comunque fatto bella figura su Instagram. Era una faccia da cinema. In alta definizione avrebbe spaventato i bambini.
Prima dell’Alba – Il Congedo
Nella quale un fantasma napoletano dà una lezione di etica applicata e poi sparisce, come da copione
Luigi: Principe, è quasi l’alba. Una parola finale per i nostri lettori?
Totò: Una sola? Ne ho almeno quattordici, ma per rispetto dell’ora ne scelgo una.
Siamo uomini o caporali? Questa è l’unica domanda che conta.
Il resto – la matematica, la biologia, l’informatica, la sostenibilità, i podcast, le newsletter, i webinar alle undici di mattina di mercoledì – sono strumenti meravigliosi.
Ma se li usa un caporale, diventano armi. Se li usa un uomo, diventano doni. Fate voi.
Alessandra: E i cani? Una parola anche su di loro?
Totò: I cani sono già dalla parte giusta. Non hanno mai avuto bisogno di chiedersi da che parte stare.
‘O cane ti ama senza curricula, senza referenze e senza periodo di prova. È l’unico contratto a tempo indeterminato che ancora funziona in questo paese. Dategli da mangiare e rispettateli. Il resto viene da sé.
Barbara: C’è qualcosa che rifarebbe diversamente?
Totò: (pausa lunga – il tipo di pausa che solo chi ha recitato con Eduardo sa fare)
Avrei mangiato più ragù. ‘O ragu’ ‘e domenica è l’unica cosa seria della settimana.
Il resto — i film brutti, i caporali, i setti nasali deviati – sono già inclusi nel prezzo del biglietto.
La vita non rimborsa.
Fine dell’intervista. Ore 5:47 del mattino.
Totò scompare dalla poltrona nel modo in cui è arrivato: senza preavviso, senza spiegazioni e – dettaglio notato solo a colazione – senza aver toccato il caffè.
Rimane solo il profumo di polvere di scena e di ragù domenicale.
Sul cuscino della poltrona c’è una busta. Contiene un contributo anonimo per il canile locale.
Nessuna firma. Ovviamente.
Storie come narrazioni per formare comunita’
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