Donne della Meraviglia St.1
Perché la sostenibilità non riguarda solo l’ambiente: riguarda anche le persone, le relazioni e la capacità di costruire comunità in cui ciascuno possa trovare spazio, consapevolezza e possibilità di cambiamento. Come nella prima stagione di Donne della Meraviglia.
Donne della Meraviglia, prima stagione: imparare ad amarsi, un passo alla volta
Percorsi senza Meta
Ci sono percorsi, come quello della prima stagione, che non cominciano con una destinazione precisa. Cominciano da una domanda, da una difficoltà, da qualcosa che non ci sta più bene addosso. E qualche volta cominciano semplicemente dal bisogno di fermarsi e chiedersi: come posso imparare ad amarmi?
È da questa domanda che nasce Donne della Meraviglia, il podcast di Giuliana Donnarumma prodotto dal Collettivo Balual, con l’editing di Alessandra Gentili.

La Prima Stagione
La prima stagione, articolata in undici puntate, nasce da un’esperienza personale e da un libro, Donne della Meraviglia – Imparare ad amare se stesse a piccoli passi. Non un manuale costruito dall’alto, ma la rielaborazione di un cammino attraversato in prima persona: quello di una donna arrivata a Milano nel 2018 con paura e poca fiducia in se stessa e che, attraverso un percorso di introspezione e coaching, ha cominciato a guardarsi in modo diverso.
Il titolo del libro contiene già una delle idee centrali del progetto: a piccoli passi. Non esiste una trasformazione improvvisa capace di risolvere tutto. Esiste piuttosto la possibilità di cambiare il modo in cui ci guardiamo, affrontiamo le difficoltà, viviamo le relazioni e immaginiamo il futuro.
Nel libro quei passi sono quattordici. Parlano di amore e di bambine interiori, di sogni, di crisi e di cadute, di perdono, di pazienza, di fede, di cura di sé. Parlano anche della necessità di fermarsi, di dare un nome a ciò che sentiamo e, soprattutto, di trovare la propria voce.
Ma Donne della Meraviglia fa un passo ulteriore: porta quel percorso fuori dalle pagine e lo mette in relazione con le esperienze di altre donne.
La goccia che fa la differenza
La prima stagione si apre con la storia di Giuliana e con una domanda che riguarda molte persone: da dove nasce il coraggio di cambiare?
Non necessariamente da grandi gesti. Nel racconto che accompagna il progetto, il cambiamento è rappresentato dalla storia di un piccolo uccello che, mentre tutti fuggono da una foresta in fiamme, decide di portare una goccia d’acqua per fare la propria parte. Una metafora semplice, ma che contiene uno dei messaggi ricorrenti del podcast: non è necessario poter cambiare tutto per cominciare a cambiare qualcosa.
Da qui il viaggio si allarga. Ci sono gli incontri che arrivano nel momento giusto e possono modificare una traiettoria. C’è la forza della connessione fra donne, capace di offrire sostegno e di ricordarci che non dobbiamo necessariamente affrontare ogni cosa da sole. C’è il coraggio di seguire un sogno e scoprire che, quando scegliamo di farlo, anche ciò che ci circonda può cominciare a cambiare.
E poi ci sono le storie inattese: quelle che arrivano senza essere state programmate e che possono trasformarsi, con il tempo, in qualcosa di sorprendentemente bello.
Meravigliarsi nella prima stagione ascoltando le storie degli altri
Una delle caratteristiche più interessanti della prima stagione è proprio la varietà delle esperienze raccontate. Il podcast passa dalla riflessione personale all’incontro con altre donne, dalla poesia alla fotografia, dal cambiamento individuale alla capacità di trasformare un’esperienza in una possibilità per qualcun altro.
C’è, per esempio, la storia legata alla fotografia per persone ipovedenti: un’esperienza che mette in discussione l’idea stessa di ciò che significa vedere e ci ricorda che la meraviglia non appartiene necessariamente a chi possiede tutti i sensi considerati “normali”. C’è la poesia di Felicia Lione, Figlia mia sii pietra dura, che introduce una voce diversa e porta il racconto su un piano più intimo e simbolico.
E c’è soprattutto il tema dei sogni. Nel libro Giuliana invita a non considerare il desiderio qualcosa di ingenuo o infantile. Avere un sogno significa anche avere una direzione, una possibilità verso cui tendere; trasformarlo in progetto richiede invece coraggio, determinazione e capacità di attraversare le difficoltà.
Imparare ad amarsi non significa diventare perfette
Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del progetto. Ed emerge chiaramente nella prima stagione. Amarsi, nelle pagine di Giuliana, non significa diventare la versione migliore, impeccabile e sempre sicura di noi stesse. Significa anche imparare ad accettare i propri limiti, riconoscere gli errori, attraversare le giornate difficili e continuare a considerarsi degne di amore.
«Mi amo comunque anche se ho sbagliato» è il senso di uno dei passaggi dedicati al perdono di sé. Non per cancellare ciò che è successo, ma per smettere di utilizzare l’errore come un’arma contro noi stesse. Lo stesso vale per le cadute. Nel percorso proposto dal libro, la “buca” non rappresenta necessariamente un ritorno al punto di partenza. Può diventare un momento di crisi nel senso più originario del termine: un’occasione per separare, discernere, valutare e capire dove andare dopo.
È un’idea che attraversa anche il podcast: la trasformazione non nasce dall’assenza di difficoltà, ma dal modo in cui scegliamo di attraversarle.
La nostra vita, la nostra voce
Arrivare alla propria voce è forse il punto conclusivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio. Il quattordicesimo passo del libro parte da un paradosso: non possiamo trovare la nostra voce se non la usiamo. Per Giuliana, quella voce è ciò che ci permette di entrare in contatto con la nostra essenza, con i nostri bisogni e con ciò che sentiamo davvero. Significa imparare a stare dalla nostra parte, diventare alleate di noi stesse e parlare anche quando non vediamo ancora i risultati del nostro percorso.
È anche ciò che rende significativo il passaggio dal libro alla prima stagione del podcast. Una voce privata diventa una voce condivisa. E quella voce incontra altre voci, altre storie, altre possibilità. La prima stagione di Donne della Meraviglia si chiude infatti con un pensiero semplice ma tutt’altro che scontato: la migliore vita da vivere è la nostra.
Non quella che qualcun altro ha immaginato per noi. Non quella che sembra più giusta agli occhi degli altri. La nostra, con le sue cadute e i suoi sogni, le sue paure e le sue possibilità. Forse è questo, in fondo, il significato di essere una “donna della meraviglia”: non essere straordinaria a tutti i costi, ma imparare a riconoscere la meraviglia che esiste già dentro la propria storia.
Un passo alla volta.
Ascolta il podcast cliccando qui
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