Sostenibilità umana: Madre Teresa e il peso del mondo
Sostenibilità umana e contraddizioni: l’eredità di Madre Teresa tra amore e critiche
La sostenibilità umana come atto d’amore viscerale nelle parole di Madre Teresa. Ci sono parole che abbiamo consumato a forza di pronunciarle. Sostenibilità è una di queste. La mettiamo nei bilanci, nelle campagne pubblicitarie, negli slogan patinati. Ma cosa significa davvero sostenere? Deriva dal latino sub-tenere: tenere su dal basso. Significa reggere il peso di qualcosa che sta per crollare sotto gli urti del mondo.
Il significato nascosto del “tenere su”
Togliamoci di dosso la patina verde dei convegni. Scaviamo fino alle radici nude dell’esistenza. Allora la sostenibilità umana secondo Madre Teresa non è una formula matematica. Non è nemmeno un indice di bilancio. È un atto d’amore viscerale, ostinato, quasi disperato. Infatti, è la capacità di prendersi cura di ciò che è fragile prima che si spezzi. È la promessa di restare quando tutti gli altri se ne vanno. Così si crea una casa. Anche solo un riparo di fortuna. Per chi non ha più un centimetro di terra dove poggiare i piedi.
Madre Teresa di Calcutta: il viaggio verso l’essenza
In questa notte liquida e pesante di Calcutta, siamo venuti a cercare il significato originario di quel “tenere su” la sostenibilità umana. Perché lo abbiamo fatto incontrando una donna che ha fatto della sostenibilità umana la sua unica ragione di vita. Una ragione tremenda, tra luci abbaglianti, ombre profonde e contraddizioni che bruciano la pelle. L’aria a Calcutta stasera non si respira, si mangia. Ha il sapore del fango, delle spezie dolciastre e di quella pioggia che non pulisce. Anzi, inzuppa le ossa.
L’incontro con il “piccolo fiore” nella notte indiana
Siamo qui. Un tavolino di legno scrostato, una candela che trema per uno spiffero e noi tre – io, Barbara e Alessandra – seduti di fronte a quel pezzetto di donna che ha mosso i re del mondo. Sembra pesare trenta chili. Ha le mani come radici di ulivo. Quelle mani hanno toccato la carne viva dei dimenticati.
Attivo il registratore. Fa un clic secco. «Gonxhe,» inizio io, chiamandola con quel nome che conoscono in pochi. Il suo nome vero, quello da bambina nato a Skopje nel 1910, che in albanese significa “piccolo fiore”.
«Siamo venuti da lontano non per farti un’agiografia. Niente santini stasera. Vogliamo capire chi sei davvero quando si spengono le luci dei riflettori.» Lei ci guarda. Ha due occhi che sembrano bucare il buio. Non parla subito.
La sostenibilità umana, qui, passa attraverso il viaggio e il vuoto interiore
Barbara s’inclina in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo. Ha quello sguardo di chi vuole scavare nell’anima senza fare male.
«Nel 1946 eri su quel treno per Darjeeling,» dice Barbara, con la voce che sfiora appena il silenzio della stanza.
«Hai sentito la “chiamata nella chiamata”. Hai lasciato la protezione del convento per tuffarti nell’inferno. Ma la cosa che fa tremare le vene ai polsi, Madre, è quello che hai scritto dopo. Nei tuoi diari. Quasi cinquant’anni di buio interiore. Cinquant’anni a sentirti abbandonata da Dio. Come si fa a curare le piaghe degli altri quando dentro si ha un deserto?»
Madre Teresa sgrana le corone del rosario. Le sue dita si muovono da sole, per abitudine. «Il silenzio di Dio è un fuoco che brucia più del fuoco vero,» risponde lei, bassa, quasi un soffio. «Quando non senti la Sua voce, impari a cercarlo nell’unico posto dove non può nascondersi. Nel volto di chi sta morendo da solo per strada. Se il cielo è vuoto, ti fai cielo tu per chi non ha nessuno.»
La domanda sul conforto e la solitudine: la sostenibilità umana quando nessuno ti sostiene
Alessandra la fissa. C’è un’empatia quasi fisica nel modo in cui la guarda. Qualcosa che ha a che fare con la protezione, con l’accoglienza, con quella spinta viscerale a voler curare le ferite del mondo per paura che il mondo soffra troppo.
«Ma fa male,» interviene Alessandra, sgranando gli occhi con una dolcezza antica, sofferta, di quelle che si prendono in carico il dolore di tutti.
«Fa un male cane sentirsi soli. Sentire che dai tutto il tuo calore, la tua casa interiore, e attorno hai solo il gelo. Lei ha fatto da madre a migliaia di bambini, ha stretto mani che marcivano… ma chi stringeva la sua mano quando calava la notte? Chi le diceva “va tutto bene, ci sono io”?»
La monaca annuisce piano. Non schiva la domanda. Anzi, la accoglie. «Nessuno, figlia mia. Ma l’amore non è un baratto. Non dai per ricevere. Se cerchi il conforto, finisci per amare solo te stessa.»
La carne, il dolore e i dubbi sulla sofferenza: la sostenibilità umana tra cura e critiche
Io mi schiarisco la voce. Devo fare il mio mestiere, anche se stare qua di fronte mi fa tremare i polsi. C’è il giornalismo di inchiesta, ci sono le carte, i reportage di gente come Christopher Hitchens che non ha fatto sconti.
«Madre, devo chiederglielo. Non possiamo farne a meno,» dico, sporgendomi. «I vostri centri. Le critiche dicono che eravate più vicini a un ospizio per moribondi che a un ospedale. Niente antidolorifici forti, siringhe riutilizzate, igiene discutibile. Gente che diceva che lei idealizzasse la sofferenza, che vedere la gente soffrire fosse per lei un modo per avvicinarsi alla Croce di Cristo. Perché non usare l’aspirina? Perché farli soffrire?»
Qui la stanza si fa ancora più stretta. «La medicina cura il corpo,» dice lei, senza alzare il tono di una virgola, «io volevo che si sentissero amati per un secondo prima di morire. Chi è rifiutato dagli ospedali qui trova un letto pulito e una carezza.»
Soldi, potere e scelte difficili: la sostenibilità umana e le ombre del denaro
«Sì, ma il dolore solleva o schiaccia?» la incalzo, dolcemente ma fermo. «Perché un conto è la carezza, un conto è il tormento fisico che si poteva evitare. Poi ci sono i soldi. Enormi donazioni da tutto il mondo. Il conto in banca del Vaticano, la banca della chiesa, le cifre da capogiro… eppure le strutture sono rimaste spartane, povere. Dove sono finiti quei soldi? E perché accettare gli assegni di gente come Jerevan-claude Duvalier, il dittatore di Haiti? Soldi sporchi di sangue, Madre. Come si concilia la santità con certi abbracci di potere?»
Alessandra si stringe nelle spalle, portandosi una mano al petto come se quelle parole le pesassero sul cuore. Si vede che vorrebbe proteggere l’essere umano dietro il mito. Vorrebbe comprendere il groviglio di una scelta così intima e terribile.
«A volte si accetta il pane da chiunque pur di sfamare chi ha fame,» dice Madre Teresa, guarda fisso il vuoto. «Il denaro non ha odore se serve a comprare la coperta per chi trema. Io non giudico l’anima di chi dona. Rispondo solo di quello che faccio con quel pane. Se il prezzo per salvare un ultimo è parlare con un re o con un tiranno… io ci parlo.»

L’eredità di Madre Teresa è anche una questione di sostenibilità umana e ombre del potere.
Sospiro, Mi gratto la testa, guardo fuori dalla finestra verso il vicolo buio di Calcutta dove l’umidità sembra colare lungo i muri come strutto. «È un gioco pericoloso, Madre,» dico con una stretta al cuore. «Si rischia di diventare una vetrina. Di far comodo ai potenti che si lavano la coscienza dandoti una medaglia o un milione di dollari, mentre le cause vere della povertà rimangono lì, intatte. Alla fine, la storia si ricorderà di lei come un’icona di luce o come una donna piena di contraddizioni?»
La risposta che resta oltre le parole: la sostenibilità umana oltre il mito
La donna con il sari bianco e blu si alza lentamente. Si sistema la piega sulla spalla.
«La storia scriverà quello che vuole. I giornalisti scriveranno libri, i papi faranno i processi di canonizzazione, la gente cercherà i miracoli. Ma sapete cosa vi dico? Quando sei sola nel buio e stringi la mano a un lebbroso che puzza di morte, l’unica cosa che conta davvero è se in quel momento sei stata capace di fargli sentire che non era solo un rifiuto della terra. Il resto… le inchieste, le critiche, i soldi, i sospiri dei saggi… sono solo parole che il vento di Calcutta si porta via in un secondo.»
Conclusioni: un mistero di carne e ombre: la sostenibilità umana come atto d’amore
Ci alziamo anche noi. Alessandra la guarda con una dolcezza infinita, con quegli occhi capaci di contenere tutto il mare e tutte le sue maree, trattenendo il fiato per non spezzare l’incanto. Barbara chiude il taccuino. Io spengo il registratore. Usciamo nella notte indiana. Non abbiamo trovato tutte le risposte, e forse è giusto così.
Resta addosso la sensazione di aver toccato un mistero fatto di carne, di spigoli, di ombre e di una tenacia misteriosa che non si lascia addomesticare da nessuna verità confezionata. Un ricordo che resta appiccicato sulla pelle, come la pioggia calda di questo posto, e non ti lascia più.
Share this content:




Commento all'articolo